«Sì al rilancio delle tradizioni»
PAVONE. Feste patronali, storia, cultura, tradizioni e aneddotica popolare: queste le tappe per conoscere in modo più approfondito il territorio in cui viviamo. Non solo paesaggi e degustazioni di prodotti tipici, ma la voglia di ritornare alle origini, di ripercorrere le tappe della nostra storia. Un'occasione unica è rappresentata dalla festa patronale pavonese di Sant'Andrea dove all'aspetto religioso si accompagna quello della cultura rurale rappresentata dalla fiera di settembre. Una cultura che porta in sé, in ogni luogo e in ogni tempo, quei valori come la famiglia, la solidarietà, l'accoglienza, la generosità, l'umiltà e quella sana pietà che parte dalla consapevolezza del proprio limite che si abbandona fiducioso alla provvidenza. Tra luminarie, concerti delle bande musicali, processioni e fiere torna puntuale la festa patronale, evento di grande importanza per un settore, quello agricolo, che conserva una sua importanza per la comunità di Pavone.
«E' la grande occasione per ritrovarsi tutti insieme per le vie del paese, riscoprendo nella terra e nel bestiame le radici della nostra comunità - spiega il primo cittadino Marisa Cornelio alla vigilia della sua prima volta in fiera con la fascia tricolore -. Ricordo che sin da bambina l'entusiasmo degli organizzatori, l'allegria che si respirava nei giorni antecedenti la festa quando in molti contribuivano ai preparativi dando il loro piccolo contributo. Anche se Sant'Andrea cade il trenta settembre, a Pavone l'abbiamo sempre festeggiato l'otto e credo che le ragioni di questa scelta siano da attribuire unicamente al clima ancora mite dei primi giorni di settembre».
Marisa Cornelio conosce la festa da molti anni. «Un tempo, la ricorrenza in onore del santo patrono aveva i suoi priori, figure centrali durante la processione e l'organizzazione dell'evento - prosegue nel suo amarcord Cornelio -. Oggi, invece, questa usanza è andata perduta, ma ricordo molto bene quando i miei genitori mi raccontavano di come alcuni nostri concittadini erano disposti anche ad impegnare oggetti di valore pur di poter essere priori. Allestire una bella festa per il giorno di Sant'Andrea era motivo di grande orgoglio per i pavonesi».
Cultura contadina e religione, dicevamo. Profano e sacro. Il giorno dopo la patronale, veniva sempre allestita una piccola fiera, utilizzata per lo più dai contadini della zona per la vendita e l'acquisto di piccoli attrezzi agricoli.
Una tradizione che una ventina di anni fa, l'allora assessore agricoltura Enrico Solliat aveva riportato in auge con una fiera equina e bovina che nel tempo è divenuta un appuntamento impedibile per agli addetti ai lavori. Di grande richiamo il meeting delle razze bovine locali piemontesi e valdostana pezzata rossa e il concorso equino giunto quest'anno alla sua sesta edizione.
La stessa storia dei luoghi e dell'architettura rurale possono insegnare molto. Basta gettare uno sguardo sui luoghi e le costruzioni che raccontano del forte rapporto tra società contadina pavonese e religiosità. La campagna è infatti disseminata di chiesette e cappelle fatiscenti, piloni votivi ridotti a moncherini di mattoni, rifugi per pellegrini adibiti a spogli capanni per le moderne macchine agricole. La vita di campagna era segnata dalle stagioni, dalle pratiche agricole principali e anche da tutta una serie di riti religiosi, dalle famose rogazioni alle benedizioni di cascine e campi. I luoghi di culto erano custoditi gelosamente dalla comunità che ne usufruiva: le famiglie erigevano e prendevano in cura piloni votivi ai bordi dei campi, ogni intervento che necessitasse la chiesa del paese veniva affrontato grazie all'aiuto, tra lavoro e donazioni, di tutti. Questi luoghi, questi monumenti, pur se non sempre validissimi dal punto di vista architettonico raccontano comunque storie semplici, racchiudono la vita e l'epopea di intere comunità, anche piccolissime.
I valori della cultura contadina più classica consentono di ripercorrere anche le strade della storia gastronomica, le invenzioni semplici e geniali che hanno dato origine ai piatti della tradizione. Anche da un punto di vista agronomico, queste sapienze antiche, formatesi attraverso secoli d'insediamento e adattamento in un determinato territorio, rappresentano un corpus scientifico da recuperare, ristudiare, non lasciare andare nel dimenticatoio e magari applicare nuovamente nei campi. «Pavone non ha mai dimenticato la sua vocazione agricola - afferma -. Anche ai tempi della rivoluzione olivettiana, delle fabbriche che attiravano i giovani di tutti i paesi intorno ad Ivrea, la nostra gente ha sempre continuano a coltivare campi e orti, a mantenere nelle proprie stalle un po' di bestiame e a non scordare le tradizioni». (vi.io)