La Casa circondariale tra problemi e mancanza di fondi

IVREA. Da una parte progetti di lavoro all'avanguardia, unici in tutta Italia, dall'altra condizioni di vita precarie e diritti negati. La casa circondariale di Ivrea è una realtà sulla quale ruotano da anni istituzioni e gruppi di volontariato, ma nella quale si riflettono pesantemente le carenze strutturali di un sistema penitenziario ormai al collasso in tutta Italia.
E' un'immagine tra il chiaro e lo scuro quella che viene fotografata dalla delegazione di Rifondazione Comunista in visita giovedì scorso nelle nostre carceri, dove un detenuto è costretto ad aspettare mesi per potersi sottoporre ad una visita specialistica in ospedale. In questo istituto, inaugurato nel 1980, esiste una sala di radiologia che semplicemente necessita di essere messa a norma e collegata con il servizio di telemedicina di Chivasso per ricevere i referti via Internet. Ma mancano i fondi e il radiologo. Stesso discorso per l'attrezzata sala di fisiokinesiterapia dove da sempre non c'è lo specialista. Da queste parti l'odontoiatra, il chirurgo, lo psichiatra e l'infettivologo si vedono una volta mese. Per tutto quanto il resto bisogna andare in ospedale. «Emblematica è la denuncia fatta da un detenuto - raccontano il consigliere regionale Mario Contu e il vicesindaco Salvatore Rao - che da mesi attende di sottoporsi ad una visita ortopedica. Ogni traduzione in ospedale necessita di un pulmino e quattro agenti ovvero una spesa di 800 euro».
Nel mirino degli esponenti del Prc finisce il ministero della Giustizia che ha ridotto tout court le convenzioni dei medici con gli istituti penitenziari. In particolare, Contu e Rao denunciano che con il passaggio delle competenze sulle tossicodipendenze alle Asl, gli psicologi si ritrovano a lavorare nel carcere eporediese con un monte ore che da 64 è passato a 7. «In questo modo si è interrotta non solo la continuità terapeutica dei detenuti - spiegano - ma si è reso precario l'intervento su una patologia di così difficile approccio». Dall'inizio dell'anno, in carcere manca anche il mediatore culturale, una figura indispensabile per quella popolazione carceraria extracomunitaria che spesso non riesce neanche a comunicare le proprie esigenze per via della lingua. «La convenzione è scaduta e come Comune stiamo lavorando per ripristinarla - spiega Rao -. Gli extracomunitari non hanno all'esterno una rete di parentela cui appoggiarsi e questo rende la loro detenzione ancora più difficile». L'amministrazione sta anche lavorando per istituire la figura del garante, una sorta di difensore civico dei detenuti, che possa raccogliere le istanze sui diritti negati ed aiutare il magistrato di sorveglianza a compiere le proprie scelte. (vi.io.)