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Le sentenze e i responsi del Consiglio di Stato raramente fanno notizia nel nostro Paese. Però negli scorsi giorni il Consiglio di Stato della nostra Repubblica ha pronunciato una sentenza che risuona come un richiamo forte a quei valori fondamentali scolpiti nella Carta costituzionale. Affidati dunque a quel patto che, al di là degli schieramenti contrapposti e delle partizioni mutevoli della politica, dovrebbe tenerci uniti.La sentenza 2202 emessa da Palazzo Spada, sede di questo organo costituzionale e al quale è affidato il duplice ruolo di essere "organo di consulenza giuridico-amministrativa e di tutela della giustizia nell'amministrazione", riguarda una realtà assai lontana dai palazzi del potere. Il pronunciamento del Consiglio di Stato concerne le comunità che, come la gente del nostro Oltrepò, risiedono attorno agli antichi campanili dei crinali d'Appennino; o abitano nella vertiginosa e severa bellezza delle nostre vallate alpine.Sono quelle "zone montane" a cui fa riferimento l'articolo 44 della nostra Costituzione quando, scendendo dai massimi principi della democrazia sino alla concretezza di quel suolo su cui teniamo ben saldi i piedi, in quattro righe, nette e chiare, perimetra come la Repubblica intenda averci a che fare, con questa terra/territorio.Ricordate quel che dice l'art. 44? "Al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge impone obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata, fissa limiti alla sua estensione secondo le regioni e le zone agrarie, promuove ed impone la bonifica delle terre, la trasformazione del latifondo e la ricostituzione delle unità produttive; aiuta la piccola e la media proprietà...". E conclude così: "La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane".Ecco la sentenza 2202 del Consiglio di Stato dispone che le scuole delle zone montane possono essere chiuse, diversamente da come si stava decidendo nei palazzi del potere, solo in casi del tutto eccezionali. È una presa di posizione che, riallacciandosi proprio all'art. 44 della Costituzione, ritiene intangibile il diritto allo studio anche nelle sperdute comunità di montagna se si vuole salvaguardarne il contesto sociale e culturale. Chiedere ai bambini e alle loro famiglie di raggiungere, specie d'inverno e col maltempo, le scuole dislocate nei centri maggiori è negare loro di fatto il diritto all'istruzione.La decisione del Consiglio di Stato riguarda certo una minoranza di nostri concittadini: solo il 15% degli italiani vive in località di montagna ma la superficie complessiva su cui si estendono queste comunità rappresenta un terzo dell'intera penisola. E queste realtà confluiscono in un ambito ancora più vasto, quello delle "aree interne" - territori posti lontano dai centri urbani, dislocati spesso lungo quella spina dorsale dell'Italia che è l'Appennino - che, coinvolgendo quasi 4mila Comuni, e 13 milioni di persone, rappresentano il 60% della superficie del Paese.Negli scorsi anni, verso queste realtà, si è attivato un piano strategico nazionale di valorizzazione delle Aree Interne, ricco di misure per recuperare abitati, incrementare popolazione, incentivare coltivazioni e turismo, valorizzare ambiente e culture locali. Tutti temi che il nostro Oltrepò conosce bene e con cui si misura da anni. Bene, ora il governo ha riscritto questa strategia operando un'inversione ad u: per le aree interne, al punto 4, il nuovo piano prevede infatti un mero "accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile, in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento". È scritto, ben due volte, percorso. Forse la parola giusta è un'altra: marcia funebre. O funerale. Verso che la strategia delle "aree interne", con miope disinvoltura, viene sepolta. --