«Tenuta sociale in pericolo» Meloni accetta la mediazione e rinvia l'addio al sussidio

Ilario Lombardo / romaGiorgia Meloni ascolta, con gli occhi puntati su Marina Elvira Calderone, ascolta mentre la ministra del Lavoro le illustra le drammatiche conseguenze che avrebbe uno stop improvviso del Reddito di cittadinanza a metà del 2023 per i cosiddetti "occupabili": «C'è un rischio di tenuta sociale. Molti dei percettori non riuscirebbero a trovare lavoro». Non c'è tempo, e con il Paese che è sulla soglia della recessione, è probabile che non ci sarà molto lavoro in giro nei prossimi mesi. È così che Meloni si convince a rinviare a gennaio 2024 l'addio al Rdc per una parte dei beneficiari e cede di fronte a un compromesso che fino a 24 ore prima le sembrava una sconfitta personale. D'altronde meno di tre mesi fa prometteva l'abolizione del sussidio ideato dal M5S. Un obiettivo che si è andato via via ridimensionando, anche di fronte ai numeri allarmanti della crisi sociale e alla pressione degli alleati. L'argomento è presente a Meloni da giorni, in realtà. Ma viene sviscerato definitivamente durante l'incontro sulla manovra che serve a sminare il Consiglio dei ministri dalle tensioni dei partiti. Alle cinque di ieri pomeriggio la premier riunisce negli uffici di Fratelli d'Italia alla Camera i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani, in qualità di capidelegazione di Lega e Forza Italia, il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti e la ministra Calderone. L'invito alla prudenza di quest'ultima, ma anche di Giorgetti che suggerisce «una maggiore progressività», è fondato su un ragionamento semplice, condiviso da leghisti e berlusconiani, più orientati a un intervento soft. Eliminare il Reddito a chi è in qualche modo pronto a rientrare nel mondo del lavoro - i 660 mila occupabili, che secondo l'Inps, in realtà, sarebbero di meno - avrebbe un impatto troppo violento sull'economia, sui consumi, e sulle capacità di sopravvivenza quotidiana di molti italiani che resterebbero senza lavoro. Tanto più se saranno confermate le proiezioni in mano ai tecnici del Mef che prevedono un'inflazione reale da gennaio tra il 17% e il 18%. Meloni non vuole più una misura «puramente assistenziale» ma comprende il punto. Avere un anno intero a disposizione permetterà di capire meglio l'andamento dell'economia e di studiare una revisione più organica, nella direzione di una formula simile al vecchio Reddito di inclusione. In cambio però la premier chiede di non andare oltre gli 8 mesi come periodo massimo di durata del reddito già nel 2023 e di rafforzare il meccanismo di formazione dei beneficiari che l'anno successivo si troveranno senza più il sussidio. Inoltre: «Dopo un'offerta di lavoro rifiutata - sentenzia la presidente del Consiglio - il Reddito si perde».Meloni sa benissimo che l'opposizione si sta già preparando a scendere in piazza, e a farlo con il sostegno dei sindacati. Sarebbe anche pronta a sfidarli, convinta che solo ora, con la forza di un governo appena formato, e i prossimi appuntamenti elettorali ancora lontani, ci sono le condizioni ideali e forse irripetibili per attuare una vera stretta sul Rdc. È per questo che non avrebbe voluto aspettare l'anno prossimo, quando i partiti della maggioranza, invece, saranno già alle prese con le Europee e con l'incubo del consenso da gestire. Alla fine però accetta la mediazione, anche per non lasciare ulteriori margini di polemica agli alleati più riottosi.Il fatto è che i tempi per l'approvazione in Parlamento sono davvero strettissimi. Stando ai calcoli del Tesoro, La Ragioneria dello Stato non riuscirà a bollinare il testo della manovra prima di giovedì o venerdì. Se tutto andrà bene la legge di Bilancio andrà alle Camere lunedì 28 novembre. Il Parlamento avrà meno di un mese per lavorarci, per cambiarla e approvarla. E già Forza Italia ha fatto capire, in un comunicato congiunto dei due capigruppo Liicia Ronzulli e Alessandro Cattaneo, che non lesinerà modifiche. Ecco perché Meloni e Giorgetti vogliono che il testo arrivi il più possibile blindato, e perché hanno evitato di forzare troppo contro le richieste di Silvio Berlusconi. Il fondatore di FI ha vigilato fino all'ultimo affinché Tajani seguisse le sue direttive, e non mediasse troppo al ribasso. L'aumento delle pensioni minime e gli incentivi alle assunzioni degli under 36, allargata ai percettori del reddito, gli ha strappato un primo e parziale sorriso di soddisfazione: «Ma dobbiamo fare di più», sostiene il patriarca di Arcore. In Parlamento si giocherà il secondo tempo delle trattative. Anche se le coperture restano minime. I partiti potranno sbizzarrirsi sulle mancette annuali: quest'anno la dote parlamentare dovrebbe salire da 600 ad almeno 750 milioni di euro. --© RIPRODUZIONE RISERVATA