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CalcioNoi ragazzi anni '60più liberi di giocareCausa anticipo per il mondiale (anche se noi non ci saremo), neppure il tempo di disfare le valigie delle vacanze, ci siamo trovati di nuovo catapultati ai limiti dell'ossessione negli avvenimenti della nuova stagione calcistica. Per noi ragazzi degli anni '60 l'abbuffata calcistica cominciava molto prima, tutti gli anni a giugno, appena terminata la scuola, già il giorno dopo (esami permettendo). Le mattine, i pomeriggi ma anche di sera, con i tornei che si disputavano anche nei paesi più sperduti, erano dedicate alle partite di calcio. Si giocava liberamente fino allo sfinimento, sfide incredibili, chiassose, divertenti, talvolta anche litigiose, senza genitori o adulti pseudo intenditori al nostro seguito ed eravamo tutti bravi (quelli un po' meno stavano in porta), cercando di imitare le imprese dei nostri idoli. Ogni luogo andava bene, uno spazio polveroso, un cortile inghiaiato, sugli argini del Po, anche nelle stoppie del grano appena tagliato e spesso addirittura a piedi scalzi.Oggi questo non succede più perché i ragazzi fin da piccoli vengono arruolati dalle società che li inquadrano. E ne soffocano così fantasia ed estro. Noi ragazzi degli anni '60 giocavamo a calcio perché ci appassionava, si giocava per il piacere di stare insieme senza preoccuparci che qualcuno potesse selezionarci perché chi seleziona troppo alla fine raccoglie poco. Soprattutto se il calcio viene concepito come un mercato già a partire dai ragazzini, avremo sempre meno giovani talentuosi a discapito loro e del calcio stesso. Noi ragazzi degli anni '60 invece giocavamo spensierati e vivevamo felicemente (e non solo di calcio), mentre aspettavamo di diventare grandi.Gianfranco EmanuelliMezzaninoPaviaIl bell'esempiodi un autistaEgregio direttore,tramite il suo giornale desidero ringraziare l'autista di Autoguidovie che giovedì 8 settembre mi ha fatto riavere il mio cellulare che inavvertitamente avevo smarrito a bordo di un autobus della linea 6. Purtroppo non conosco il nome dell'autista, ma lo ringrazio tanto. Fa sempre piacere incontrare persone oneste e gentili.Giuseppe Lanfranchi. PaviaCaro energiaNoi spogliatidi una ricchezzaLa stampa pone molto in evidenza i danni provocati dall'aumento del prezzo del gas, e i politici europei discutono sulle misure da adottare per contenere questi aumenti, i quali, sia ben chiaro, riguardano un prodotto energetico che condiziona l'intero sviluppo economico di ogni Paese. La guerra economica in atto è molto simile alla guerra militare che vede Oriente e Occidente scontrarsi nel territorio ucraino. Si tratta dell'uso della forza, militare da un lato, ed economica dall'altro. Così si abbandona il diritto e si fa un passo indietro di millenni nell'affermazione della civiltà, la quale è fondata sulla solidarietà e non sull'individualismo. L'Italia e gli altri Paesi europei sono costretti ad agire nei confronti della Russia in una condizione di inferiorità, perché il governo dei prezzi del gas, a seguito delle ignobili privatizzazioni e delle concessioni di gestione di questo prodotto, attuate in esecuzione del pensiero neoliberista, hanno spostato la proprietà collettiva demaniale di questi beni nelle mani di numerosissime Spa, le quali sono libere di determinare l'approvvigionamento, il trasporto e la distribuzione di questi fondamentali beni energetici. Sicché i nostri governi devono fare i conti con un numero imprecisato di società private, non disponendo più, in modo diretto, dei beni del Popolo. È ovvio che in questa situazione lo scontro tra i governi europei e quello russo vede come vittime (escluse Norvegia e Olanda che hanno giacimenti propri) soltanto i popoli europei, e in modo insopportabile quello italiano, oramai spogliato della sua ricchezza energetica. In questa situazione si è dato la possibilità a Putin, primo responsabile della guerra in Ucraina, di beffeggiare il nostro popolo minacciato di passare l'inverno al freddo. L'errore, che al momento sembra irreparabile, è stato quello di privatizzare queste fonti essenziali. Una politica seria dovrebbe agire dalle fondamenta del problema, e i palliativi, come la storia insegna, non servono a nulla. Vincenzo Sardiello. Pizzale