Addio a Dina Buscone cuoca dei cappuccini e ultima superstite della strage di Vesimo

la storiaRoberto LodigianiEra una ragazza di vent'anni quando "Pippo", il micidiale cacciabombardiere alleato, seminò la strage sull'aia di Vesimo, paesino (oggi disabitato) in provincia di Piacenza ma a pochi passi dal Brallo di Pregola. Lei, la Dina, più fortunata di tanti altri coetanei, scampò alla mattanza, trentadue morti, molti dei quali giovani e giovanissimi, e quindici feriti. Se n'è andata adesso, con gli anni che sono diventati novantotto, le scene strazianti di quella sera del 20 agosto 1944 rimaste impresse per sempre in modo indelebile. Dina Buscone Carosio era nata a Vesimo ma viveva a Varzi, dove si è sposata - il marito è mancato da tempo - e per un paio di decenni è stata la cuoca dei frati cappuccini. La piangono i nipoti, i tanti varzesi che le volevano bene.Il fidanzato non ce la fece«C'era il coprifuoco, ma noi giovani volevamo divertirci - aveva raccontato Dina, rievocando quella notte terribile di guerra, nella testimonianza resa a Rosanna Ansaldi - Tanti partigiani erano armati e avevano addosso bombe a mano». L'effetto dell'incursione di "Pippo", soprannome simpatico per un intruso che però, oltre a disturbare il sonno, poteva provocare all'improvviso morte e distruzione, fu tremendo. Sul selciato, una miriade di corpi inanimati. Poi i soccorsi. Dina riuscì a cavarsela. Ferita alle gambe, trascorse tre mesi all'ospedale di Bobbio. Per il fidanzato - ha rammentato commossa - non ci fu, invece, nulla da fare. Tra i 32 morti - una lapide a Vesimo li ricorda uno per uno - ci furono i partigiani della brigata Capettini, Antonio e Dino Aramini e Angelo Nicora; poi Felicina Nicora e Assunta Costa. Per lo storico della Resistenza, Mauro Sonzini, quello del 20 agosto 1944, «non fu, con ogni probabilità, un bombardamento voluto su Vesimo, puntino sperso e militarmente di nessuna importanza sulla carta geografica, ma una tragica casualità. Le luci all'acetilene accese sul piazzale attirarono l'attenzione del pilota che planando, forse, notò qualcosa che lo insospettì. E allora decise di sganciare il suo carico». Un errore pagato a carissimo prezzo.Ma Vesimo non fu che un episodio della lunga striscia di sangue lasciata dall'operazione "Night intruder" (vedi box a fianco) e dall'insieme dei raid aerei al suolo. Gli Alleati a partire dall'estate 1944 volevano paralizzare ogni movimento sul terreno ed esasperare la popolazione civile, accentuandone l'ostilità nei confronti degli occupanti tedeschi e dei fascisti. I comandi angloamericani tuttavia non avevano messo in conto - o più probabilmente lo avevano fatto e non se n'erano affatto preoccupati, per la logica disumana della guerra - una serie di disastrosi effetti collaterali.Basti pensare a quello che accadde il 30 gennaio 1945, stavolta in pieno giorno: alle 7 del mattino: una corriera stracarica di pendolari, in gran parte operai della Necchi e della Necchi Campiglio, sta procedendo lentamente sulla strada fra Milano e Pavia quando, all'altezza di Badile, finisce nel mirino di quattro cacciabombardieri alleati. I velivoli si abbassano di colpo, a volo radente, come falchi a caccia della preda, e mitragliano senza pietà il facile bersaglio. Migliaia di proiettili crivellano l'autobus. E' una strage: i passeggeri pigiati l'uno contro l'altro muoiono come mosche, le vittime alla fine saranno un centinaio. Un altissimo tributo, pagato da una popolazione già stremata dalle privazioni e dai lutti di una guerra interminabile. --© RIPRODUZIONE RISERVATA