Senza Titolo

la storiapaviaLa casa di Tahar Khlaifi è una Ford Fiesta amaranto vecchio tipo. È ferma in via San Giovannino nei pressi del cimitero. Il suo armadio è sui sedili posteriori: una valigia semiaperta con dentro i vestiti invernali, ora troppo caldi. Dal pianale del guidatore sporge un sacchetto con le pentole e qualche stoviglia. «Qui ci sono gli alberi che riparano dal sole», racconta l'uomo, 64 anni, tunisino in Italia dal 2000 con un passato da autista e metalmeccanico. «Non mi manca niente - dice l'uomo con un certo orgoglio. Mi serve solo una casa». Per lavarsi si appoggia alla moschea poco distante, dove fa il volontario pulendo la sala e sistemando i tappeti per il venerdì di preghiera: «Lo faccio per Dio, non per i soldi. Col cibo mi aiutano le mense e le poche spese che ho le sostengo col reddito di cittadinanza. Manca solo un tetto sopra la testa. Sono tante le case vuote o inagibili, e questo mi dà molto dispiacere».Il bandoL'uomo è arrivato 24° nell'ultima graduatoria per l'edilizia popolare, ma una casa non gli è stata ancora assegnata. «Parteciperò anche al prossimo bando - racconta - ma non so se perderò la priorità del precedente». Fino al 2007 un alloggio l'ha avuto: «Vivevo in via Brambilla, il proprietario era un amico. Ha avuto bisogno della casa e io me ne sono andato senza protestare». Poi con un certo orgoglio tira fuori una lettera di referenza firmata dall'ex locatario: «Tengo a precisare - si legge - che il signor Khlaifi ha sempre pagato i suoi dovuti con regolarità». Dopo l'affitto si è arrangiato nei dormitori cittadini, per poi finire in auto: «Meglio qui che sotto un ponte - aggiunge - ormai polizia e carabinieri sanno dove vivo. A volte mi chiedono che ci faccio in macchina: rispondo che una casa non ce l'ho». Poi aggiunge che non ha nemmeno una famiglia, «perché mia moglie mi ha lasciato quando sono andato via dalla Tunisia, e senza casa non posso ricostruirne una. L'Islam ha regole precise: prima la casa e il lavoro poi la famiglia. Se trovo casa mi sposo subito».Un lavoro Khlaifi ce l'aveva: «Ho fatto l'autista e il trasportatore per tanti anni, poi il metalmeccanico in una ditta di Miradolo Terme». Mestiere che gli ha lasciato due profonde cicatrici su medio e anulare destro: insieme al diabete gli sono costate un'invalidità del 50 per cento. Il lavoro«Ho preso molte licenze per fare l'autista, mi chiamavano per i traslochi e i trasporti». Mentre lo dice tira fuori dal portafoglio la patente, da poco scaduta. Una sfilza i mezzi che può guidare: dai camion con rimorchio ai bus, le caselle sul retro della scheda rosa sono quasi tutte spuntate. «Ho lavorato un po' con le cooperative per l'integrazione - spiega - ma ora il lavoro scarseggia. Mi sono rivolto alle agenzie interinali e ho pure portato dei curriculum a Milano, ma mi scartano appena leggono che vivo a Pavia. Questa città ha spazio solo per due cose: medici e studenti universitari. Per gli altri non c'è lavoro». «È l'ennesima dimostrazione - commenta Pierluigi Albetti, segretario generale di Sunia Cgil, il sindacato degli inquilini - di come il sistema di edilizia pubblica sia assente per più i fragili, e che manca un vero piano di rilancio della casa per i più poveri, visto che a Pavia una casa popolare su cinque è inagibile e sfitta». --