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carlo greppiAveva tutta la vita davanti, Cesira Pardini, nell'estate del 1944. Viveva in un piccolo paese arroccato sulle Alpi Apuane, Sant'Anna di Stazzema, quando arrivò nella zona la 16ª Divisione Panzer-Grenadier delle SS. Sabato 12 agosto i tedeschi circondarono l'area, e massacrarono praticamente tutte le persone presenti: uomini, donne, anziani, bambini, neonati. L'eccidio proseguiva una vasta operazione, cominciata nel pisano, che avrebbe visto un ulteriore culmine nella strage di Monte Sole, tra fine settembre e inizio ottobre: sono migliaia i civili ammazzati in questa trafila ininterrotta di stragi. Lo sterminio era programmato, e non di rado si videro a fianco dei tedeschi anche i fascisti italiani, che più spesso operarono da soli: su un totale di 5.862 eccidi di partigiani, antifascisti e civili che insanguinarono la penisola tra il 1943 e il 1945, circa un quarto degli episodi fu opera esclusivamente di uomini della Repubblica di Salò, come ha dimostrato in questi anni l'«Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia». Cesira salvò sé stessa, due sorelle e un altro bambino; mentre le sorelle Orietta e Anna vennero assassinate insieme alla madre e ad altri centinaia di compaesani. La prima aveva 14 anni, la seconda neanche un mese: la piccola Anna, morta poco dopo, a quaranta giorni di vita dopo essere stata raggiunta da sette proiettili, è la più giovane vittima della strage. Cesira avrebbe vissuto altri 77 anni, facendosi uno dei cardini della memoria che abbiamo di quell'orrore.La matrice della sua testimonianza sta dunque in quell'estate del 1944 che sulla penisola vide scatenarsi un eccesso di ferocia che nessun altro paese dell'Europa occidentale visse in termini analoghi: con oltre 7.000 vittime inermi, l'estate rivelò definitivamente e senza possibilità di appello la spietatezza della Germania nazista e dell'ultimo fascismo di Salò, zelante complice, ma sprigionò anche qualche bagliore di un messaggio universale. Persino negli anfratti degli episodi più truci della guerra ai civili si scorgono alcuni - minuscoli, esiziali - frammenti di luce, come il militare tedesco che il 29 giugno, nel corso della strage di Guardistallo (nel Pisano) ricostruita dallo storico Paolo Pezzino, mentre gli uomini della 19ª Divisione da campo della Luftwaffe stavano sterminando 55 persone, in un angolo di una stalla, senza farsi vedere dai commilitoni, piangeva. In un «romanzo di fatti» sul massacro di Civitella in Val di Chiana, avvenuto in contemporanea nell'Aretino, la scrittrice Christiane Kohl ricorda, lapidaria, che «morirono in tutto più di duecento persone, nessuna delle quali sapeva perché». La furia dei soldati e delle unità speciali coinvolte nella «ritirata aggressiva» dalla Linea Gustav alla Linea Verde (la Linea Gotica) fu talmente sconvolgente che, in questo come in altri casi, sarebbero emerse persino delle storie al confine tra realtà e leggenda: uomini in divisa che, come per miracolo, si sarebbero rifiutati di sparare o avrebbero mancato deliberatamente il bersaglio. Purtroppo, al contrario, i carnefici si limitarono in massima parte a fare il loro sporco lavoro. È però vero che l'orrore dei massacri messi in atto dai commilitoni indusse diversi tedeschi a disertare - migliaia di loro si unirono ai partigiani italiani -; è il caso, ad esempio, di Willi Haase, il cui gesto permise agli Alleati di venire a conoscenza della strage di Sant'Anna. Forse il modo migliore per onorare la memoria di queste migliaia di persone morte senza neanche sapere perché, e talvolta senza neanche avere avuto la possibilità di scoprirla, la vita, è ricordare che questa trafila di cieca e criminale obbedienza è stata spezzata anche grazie a chi ha lottato contro quell'ideologia di violenza e di terrore. La Resistenza, le resistenze: ci fu chi, in armi, diede battaglia ai nazifascisti su tutto il continente; ci fu chi, senz'armi, protesse partigiani e civili, come fece Cesira. Il coraggio da lei dimostrato fu immenso: messa al muro, ebbe la forza di spingere le sorelle al riparo in una stalla, di provare a salvare la piccola Anna e di estrarre un altro bambino dal cumulo di cadaveri, regalandogli un futuro. Fu una «luminosa testimonianza di coraggio, ferma determinazione ed elevato spirito di solidarietà umana», come avrebbe ricordato nel 2012 il presidente Giorgio Napolitano nell'insignirla della Medaglia d'Oro al Merito Civile, come già era accaduto ad altre due compaesane: Milena Bernabò, che ferita portò in salvo tre bambini aprendosi un varco attraverso il soffitto di una stalla data alle fiamme, e Jenny Bibolotti Marsili, la quale lanciò uno zoccolo contro un soldato tedesco per distogliere la sua attenzione dal figlio Mario, per essere poi drammaticamente falcidiata da una raffica.Quante vite stroncate, quanta rabbia. Eppure, anche nel buio più profondo, l'umanità può risollevarsi: è in grado di mostrare la parte migliore di sé. Con una lunga vita alle spalle, Cesira Pardini è diventata lei stessa, negli anni, un'«ambasciatrice di Pace e di Memoria», come ha ricordato in queste ore il sindaco di Sant'Anna di Stazzema, Maurizio Verona, dando notizia della sua scomparsa a 96 anni. E, di fronte a lei, l'Italia democratica si inchina. --© RIPRODUZIONE RISERVATA