Tra l'Italia e la Russia non c'è mai stato un fossato così ampio

Zelensky parla al Parlamento italiano e, come da copione, i suoi plastici ghost writers ne adeguano il discorso per fare breccia non solo tra le autorità del Paese al quale si rivolge, ma anche nella sua opinione pubblica. Questa volta il presidente ucraino, che spesso si rifà a momenti drammatici della storia delle diverse realtà nazionali, equipara la martoriata Mariupol a Genova, pesantemente bombardata dal mare e dall'aria durante la Seconda guerra mondiale. La città della Lanterna resisterà poi in armi agli occupanti nazisti, costringendoli alla resa. Strategia comunicativa mimetica comprensibile. Nel suo messaggio italiano, il presidente ucraino intende sfruttare la fresca collocazione anti russa di Roma, una vera e propria cesura nella cultura politica italiana dal 1945 a oggi. Persino durante la Guerra fredda l'Italia, grazie a trasversali spinte, dal Pci alla Fiat che, facilitata dai buoni uffici dei comunisti italiani aveva a Togliattigrad uno dei suoi più grandi stabilimenti, dalla Chiesa di Giovanni XXIII alla Dc di Fanfani e Moro, manteneva con l'Urss solidi rapporti. Certo, se lo scontro bipolare fosse deflagrato, l'Italia si sarebbe prontamente allineata alla Nato: nel tempo delle sfere d'influenza, dalle sovranità limitate e dei colpi di stato compiuti o solo evocati, dei convergenti e contrapposti avvertimenti a Moro e a Berlinguer, quale altra strada c'era? Poi, dopo Gorbaciov, la caduta del Muro, l'avvento della cleptocratica era Eltsin, la Russia è stata pensata da buona parte della classi dirigenti italiane, in particolare da quella economica, oltre che da qualche esponente politico "nuovo" e senza memoria, come null'altro che un profittevole partner nel mercato mondiale. Del resto mentre la Cina, sotto lo sguardo di un partito, più confuciano che comunista, entrava di prepotenza nella scena del capitalismo mondiale, pochi pensavano che la Russia, stremata da una catastrofica implosione sistemica, potesse essere tentata da antiche volontà di potenza. Per molti la Grande Madre era solo un mercato, un produttore di gas, terra di nuovi ricchi che portavano le loro spesso oscure ricchezze nel Belpaese o, tutt'al più, di turisti dal generoso portafogli.La guerra con l'Ucraina ha cambiato tutto. L'Europa nella quale Kiev vuole entrare - Draghi ha annunciato un "sì" senza riserve - guarda ora alla rinascita del nazionalismo granderusso come una tendenza che va oltre lo stesso Putin e le semplificatorie tesi sulla follia del leader. È probabile che il nuovo zar del Cremlino, nonostante la disperata resistenza sostenuta da armi e informazioni occidentali, consegua gli obiettivi prefissati, ma il prezzo da pagare non sarà solo quello costituito dalle pesanti sanzioni. È la cristallizzazione dell'immagine della Russia come potenza che non vuole più, e non può più, guardare all'Europa. A meno che l'élite che oggi la guida, e la millenaria cultura politica e religiosa imperiale che la sostiene, collassino per reazione interna. Il richiamo di Draghi a sostenere Kiev anche con le armi scava, anche in Italia, un fossato con Mosca che nemmeno ai tempi dello scontro bipolare, quando agivano trasversalmente forze favorevoli al dialogo tra sistemi ideologicamente, e teologicamente, ostili ma capaci di "comprendersi" perché accomunate dallo sguardo nella medesima direzione, è sembrato cosi largo.