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«Proprio mentre il nostro Paese stava pregustando la gioia di uscire dalle calamità della guerra vittorioso, un nuovo nemico ancora più insidioso e crudele si affacciava ad attentare alla vita di tutti i superstiti coinvolgendo anche i bambini, i giovani e i vecchi: la terribile spagnola».colpito in prima personaQuesto scriveva il musicista e compositore pavese Guido Farina nel suo libro "Dal Borgo in città" ( (Pavia, Luigi Ponzio, 1984). Alla spagnola Farina aveva dedicato un capitolo intero, lui che -all'epoca tredicenne - ne era stato colpito in prima persona. Nelle giornate piene di paura e preoccupazione che stiamo vivendo ai tempi del Coronavirus andiamo allora a ricordare che cosa scrisse Farina e come Pavia nel 1917 visse questa terribile epidemia attraverso gli occhi di un adolescente malato. Un quadro molto vivido e attuale che emerge dalle pagine di questo libro che fa il paio con l'altra opera che Farina dedicò al quartiere della città che amava così tanto: "Storie del Borgo". Due volumi che ebbero tanto successo tra i pavesi e non solo. «I primi sintomi si avvertirono nell'autunno 1917 e non sarò io a parlarvene da un punto di vista medico-storico -s crive Farina - vi dirò solo che ne fui colpito anch'io, l'unico della mia famiglia per fortuna. Ma debbo ancora dirvi che la terribile malattia mi raggiunse in una nuova abitazione, sempre in affitto, dove la mia famiglia si era trasferita: un appartamentino di quattro stanze nell'allora Corso Vittorio Emanuele III n. 26 (la casa di proprietà Pettenghi, lattoniere). La nuova abitazione ci avrebbe offerto, con le sue due finestre aperte sul Corso (ora Strada Nuova) uno spettacolo gioioso, di bei negozi, di passeggio e di scenette piccanti».E invece la realtà dei primi momenti non fu pari alle attese. Ben altre furono le immagini che il giovane Guido fu costretto suo malgrado ad osservare. «Essa ci offrì invece, appena sistemati, una delle più tragiche visioni di tutta la mia vita - commenta- una drammatica processione di carri funebri che, di un trotto veloce, andavano al Cimitero. Con ordinanza del sindaco in data 21 ottobre 2017 furono proibiti il corteo funebre e il trasporto veniva effettuato senza alcuna partecipazione dei parenti».i carri mortuariE le scene si scolpirono molto intensamente nella mente e nel cuore del tredicenne, come ammette Farina stesso. «Vedendo questa sfilata a me, ragazzo, sembrava di assistere a qualcosa di irreale, a una grottesca messinscena carnevalesca, per il contrasto che mi pareva di vedere tra i paramenti del carro mortuario coi suoi alti pennacchi di struzzo, le frange, i cordoni e la bara in un carro senza fiori -rammenta- Io, ammalato convalescente di spagnola, contavo i numerosi carri dei miei più sfortunati compagni, morti dopo pochissimi giorni di malattia, che se ne andavano "allegramente" all'ultima dimora. Un giorno ne contai una ventina. Questa fu la prima riflessione che potei fare in casa Pettenghi, dalla visuale di Levante". E' passato un secolo, non siamo in tempo di guerra ma ora anche a Pavia siamo nuovamente alle prese con una pandemia. E le riflessioni, purtroppo, sono ancora di estrema attualità. --Daniela Scherrer© RIPRODUZIONE RISERVATA