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di MARIO BERTOLISSI Le prime pagine dei quotidiani di questi giorni recano notizie da brivido. Quelle di carattere economico-finanziario lo sono più delle altre. Perché informano circa il collasso del sistema bancario italiano e non solo. Perché confondono e deprimono, nella parte in cui convincono il risparmiatore, l'investitore e qualunque altro cliente che non solo non vi è alcuna certezza, ma che addirittura ciò che è positivo, tutto sommato, può essere considerato tale oppure no. A discrezione, se non ad arbitrio, dei mercati. I quali, a loro volta, sono tutto e niente. Qualcosa di visibile e di reale oppure di semplicemente indistinto, al cui interno tutto nasce, cresce e si dissolve. La favola è che i mercati hanno una loro razionalità: dovrebbe essere quella dei conti in regola, ma i conti in regola possono avere scarso o nessun rilievo. Dunque, si investe e si disinveste, sulla base di premesse, che dovrebbero orientare al migliore degli investimenti. In gioco vengono patrimonializzazione, liquidità, utili, rischi, reputazione... Elementi che non si costituiscono in un solo giorno e che in un solo giorno non si distruggono. Ci sono i piani d'impresa, cui riportarsi; le decisioni strategiche assunte; la sana e prudente gestione o il suo contrario, quali fattori dirimenti di una scelta; il breve, il medio e il lungo periodo, per valutare la serietà o non-serietà di come agisce in concreto un'impresa. E, poi, molto dipende dal Paese cui ci si riferisce: lo qualificano famiglie, imprese e organi di governo. Pure questo non si crea e non si distrugge in un attimo. È qui che si inseriscono il delicatissimo capitolo delle previsioni e la regola fondamentale cui le medesime dovrebbero ispirarsi: vale a dire, il principio di non-contraddizione. In che cosa consista ce lo dice - se non ci accontentiamo dell'apporto decisivo del buon senso - Wikipedia: «Il principio di non-contraddizione afferma la falsità di ogni proposizione implicante che una certa proposizione A e la sua negazione, cioè la proporzione non-A, siano entrambe vere allo stesso tempo e nello stesso modo. Secondo le parole di Aristotele: «È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo». È una affermazione che dà un rilievo assoluto alla verità. E la verità riguarda, per quel che qui ci interessa, la realtà e le sue condizioni. Ricordate il punto luminoso in fondo al tunnel di Mario Monti? L'inversione di tendenza - quanto alla crisi - di Fabrizio Saccomanni? La ripresa in atto di tanti altri, che non è neppure il caso di nominare? E, poi, quell'incalzante impiego di parole autoreferenziali, che sono destinate, sempre, a concludersi con l'esorcizzante innovazione, che, a sua volta, pone un'alternativa secca? O gli Einstein si sprecano oppure, quelli odierni, tutto sono, meno che Albert Einstein. Non gli assomigliano in nulla, perché - notava Einstein - "la vera crisi è la crisi dell'incompetenza. Lo sbaglio delle persone e dei Paesi è la pigrizia nel trovare soluzioni". Soluzioni che debbono possedere - così la pensava - un elevato tasso di moralità, mai disgiunta da un sapere profondo, di certo estraneo alla logica della pura convenienza e dell'azzardo. Azzardo, dal quale sono animati e regolati i cosiddetti mercati, in cui fluttuano capitali dalle proporzioni enormi, che non rappresentano valori (persone, beni, servizi: risvolti dell'incessante creatività umana), ma pezzi di carta. Tanta carta, troppa carta! Carte da gioco, appunto, che si danno e ridanno a moltitudini di giocatori che sconquassano la borsa. Ora su, ora giù, secondo ritmi che hanno ben poco a che fare con la ragione. Molto con l'istinto rapace di chi, pur di appropriarsi dell'ennesimo miliardo, identifica A e non-A, falsificando il vero. Il fatto è che le bugie hanno le gambe corte. Abbiamo un'unica certezza: ci opprimono i bugiardi e i bugiardi non sanno prevedere. ©RIPRODUZIONE RISERVATA