Alemanno: «Mai portato soldi in Argentina»

ROMA Quei quattro viaggi dell'ex sindaco di Roma Gianni Alemanno in Argentina insieme al figlio Manfredi e con «le valigie piene di soldi» di cui racconta Luca Odevaine, arrestato nell'ambito dell'inchiesta "Mafia Capitale", in una intercettazione trascritta dal Ros, non sarebbero mai avvenuti. Li smentisce il diretto interessato, ma anche la procura di Roma che a fonti ufficiose affida la dichiarazione: «Non ci sono riscontri di trasferimenti di soldi da parte di Gianni Alemanno all'estero». E l'ex primo cittadino rincara la dose. «Come viene confermato dalla procura la notizia dei miei viaggi in Argentina per portare soldi è totalmente e manifestamente infondata - dice Alemanno - Questa notizia nasceva da un'intercettazione di una persona a me evidentemente ostile, come Luca Odevaine, braccio destro di Walter Veltroni, da me allontanato dagli incarichi con il Comune di Roma». Odevaine, già capo gabinetto di Veltroni e fino a pochi giorni fa membro del coordinamento per i rifugiati del Viminale, - secondo l'informativa - racconterebbe dei viaggi e delle valigie piene di soldi in una conversazione con altri due indagati, Mario Schina e Sandro Coltellacci. Ma Alemanno insiste: «L'idea che io e mio figlio allora minorenne ci recassimo dall'altra parte del mondo per portare soldi, non solo può apparire folle a qualsiasi giudizio equilibrato, ma è facilmente riscontrabile attraverso i nostri passaporti. Infatti gli inquirenti, dopo le opportune verifiche, avevano scartato questa pista. Infine, aggiunge di non aver mai conosciuto Carminati, neanche da giovane. E di aver avvisato i suoi collaboratori di non avere nessun contatto «con questo personaggio» dopo la pubblicazione di un'inchiesta sull'Espresso. Tuttavia «esistono i collaboratori infedeli - conclude Alemanno - non si può pensare che un sindaco conosca tutto dei suoi uomini». E proprio a proposito di quella copertina che parlava del "quarto re di Roma", Massimo Carminati in una intercettazione spara minacce contro il giornalista autore dell'inchiesta, Lirio Abbate, che lo descriveva «come soggetto dedito al traffico di stupefacenti». «Finché mi dicono che sono il re di Roma mi sta pure bene, come l'imperatore Adriano... però sugli stupefacenti non transigo, lunedì voglio andare a parlare col procuratore capo e dirgli: "se sono il capo degli stupefacenti a Roma mi devi arrestare immediatamente"». È il 7 dicembre 2012 e l'ex terrorista Nar intercettato mostra il suo disappunto, è furioso e al telefono fa esplicite minacce al giornalista: «Non so chi c... è questo Abbate, questo infame pezzo di m... finché mi accusano di omicidi... ma la droga no... come trovo il giornalista gli fratturo la faccia... tanto sarà scortato così gli aumentano pure la scorta». E dalle carte spunta anche un presunto contatto di Salvatore Buzzi, presidente delle coop rosse, con il Quirinale. Buzzi chiama Carminati per dirgli che «sabato avrebbe incontrato una persona al Quirinale in relazione all'audizione in prefettura sul Cara» di Castelnuovo di Porto. Mentre Odevaine chiede a Tiziano Zuccolo, camerlengo dell'Arciconfraternita del Santissimo Sacramento e di San Trifone, se ci fossero «novità dal Vicariato» a proposito di un intervento sollecitato. Intanto oggi riprendono gli interrogatori. Il gip dovrà sentire le otto persone (dei 37 arrestati) finite ai domiciliari. (a.d'a.) ©RIPRODUZIONE RISERVATA