LA TREGUA CHE NESSUNO VUOLE

di RENZO GUOLO Il Consiglio di sicurezza chiede la fine immediata delle ostilità ma, per ora, nessuno sembra potersi imporre alle parti in conflitto, prigioniere dei rispettivi obiettivi non dichiarati. Hamas non vuole cedere. Cerca di trasformare la guerra in opportunità. Solo pochi mesi fa era all'angolo, nel quale era stato cacciato dalla caduta di Morsi in Egitto; dall'alleanza dei sauditi, ostili alla Fratellanza Musulmana, con il nuovo rais al-Sisi; alla fine dell'alleanza, in funzione antisraeliana, con la Siria e l'Iran a causa del sostegno agli oppositori del regime di Assad. Hamas aveva, così, accettato la pacificazione con l'Anp. Uscire dall'isolamento, tornato persino fisico dopo che gli egiziani hanno chiuso il valico di Rafah e bloccato i tunnel che conducevano a Gaza, ridivenuta prigione a cielo aperto, era necessario alla sopravvivenza. Da qui la decisione di tornare all'intesa con Abu Mazen. L'obiettivo, prima che la crisi precipitasse, era rilegittimarsi come forza di governo, riprendere influenza anche in Cisgiordania, cercare di vincere le elezioni. Passaggio necessario per poi tentare di negoziare un accordo, sotto forma di una tregua lunga anche un decennio, che potesse dare stabilità senza abdicare alle propria ideologia. Una strategia che l'ala militare del movimento, Ezzedin al Qassam, ha accettato alla sola condizione che non vi fossero violazioni territoriali da parte di Israele. Cosa che si sarebbe verificata il 7 luglio con l'attacco di droni con la stella di David a Gaza a seguito della "crisi dei ragazzi" israeliani rapiti e uccisi. Uccisi, peraltro, da simpatizzanti qaedisti dell'area di Hebron decisi a sabotare l'accordo tra Hamas e Anp. Una volta imboccata la strada dell'escalation, la fazione militare guidata da Mohammed Dief ha imposto la sua egemonia, mettendo in difficoltà l'ala politica guidata da Khaled Meshal. A quel punto sono restati in campo solo i razzi. Opzione che ha consentito a Israele di rispondere in maniera durissima. Ma anche il governo israeliano è diviso sul da farsi. Netanyahu non vuole un'invasione che riporti Gaza sotto il controllo di Tsahal. Più realisticamente, il suo obiettivo è la distruzione dell'arsenale di Hamas, la chiusura dei tunnel scavati dai miliziani islamisti che sbucano in Israele, l'occupazione e la smilitarizzazione di una sottile linea di terra al confine sud che consenta maggiore sicurezza. Ma parte del suo governo, in particolare la destra estrema che rappresenta i coloni, vede nel conflitto l'occasione per liquidare definitivamente Hamas. Netanyahu, certo non una colomba, deve così rispondere alle richieste dei "falchi" della sua maggioranza, oltretutto in un contesto in cui l'opinione pubblica, così come avvenuto in campo palestinese, si è radicalizzata e l'odio verso l'Altro con il quale si dovrebbe vivere fianco a fianco non è mai stato tanto forte. Resta il fatto che, prima che esplodesse l'ennesima crisi, Netanyahu non ha mai cercato di rafforzare la leadership di Abu Mazen, delegittimandolo in continuazione. La politica dell'allargamento degli insediamenti impedisce qualsiasi soluzione non a parole della formula «due popoli, due stati». Di fronte a queste rigidità - quella di Hamas tesa a resistere un giorno in più del suo nemico, anche a scapito della popolazione coinvolta in un conflitto più asimmetrico che "eroico"; quella israeliana a trattare Hamas come un mero problema di sicurezza e non come dato politico - diventa difficile fermare lo scontro. Tanto più quando mancano attori globali e regionali capaci di parlare credibilmente con entrambi. Gli Usa sono sempre più riluttanti a farsi coinvolgere nelle vicende mediorientali, l'Europa non esiste politicamente, la Russia è tornata in scena ma la sua vicinanza a Siria e Iran ne condiziona le mosse. Quanto alle potenze regionali, Turchia, Arabia Saudita, Egitto e Qatar, sono coinvolte in un aspro conflitto infrasunnita, mentre l'Iran sciita è più interessato alla trattativa sul nucleare con gli Usa che a Gaza. In questo scenario di alleanze mobili o fragili, Hamas e Israele ritengono di non dover pagare troppi dazi se non si fermano. A quale costo, umano e politico, ciascuno può vedere. E con che conseguenze sul dopo è prevedibile. ©RIPRODUZIONE RISERVATA