Obama, ok a Renzi «È sulla strada giusta»
di Maria Rosa Tomasello wROMA Sotto le volte cinquecentesche di Villa Madama, simbolo di un'Italia che definisce «una superpotenza culturale», Matteo Renzi saluta il presidente americano definendolo «fonte di ispirazione e modello da emulare» e prendendo a prestito lo slogan che nel 2008 portò Barack Obama al trionfo nelle prime elezioni presidenziali. «"Yes we can" oggi vale anche per noi, è finalmente possibile cambiare» dice il premier, ricordando di avere scelto anche per il piano sul lavoro lo stesso acronimo usato da Obama, Jobs act. Il colloquio con il presidente del Consiglio è l'ultimo atto ufficiale della due giorni di Obama a Roma. Renzi incassa l'appoggio della Casa bianca sulle riforme, sulla necessità «fondamentale» di combattere la disoccupazione giovanile e di offrire «sostegno sociale» a chi perde il lavoro, e sull'allentamento di un rigore che frena lo sviluppo, il grimaldello con cui Renzi vuole scardinare i vincoli europei: «Se si cresce è più facile mettere i conti in ordine e i Paesi che hanno un surplus hanno più possibilità di spingere la crescita» afferma, perché se la situazione «si è normalizzata grazie alla Bce», la crescita «va ancora al rallentatore». Ma all'Italia, a cui riconosce il ruolo nella crisi libica, nella distruzione delle armi chimiche siriane e dentro la Nato, Obama chiede di essere un partner affidabile all'interno di un'Europa che deve restare unita davanti alla gravità della crisi ucraina, e garantire la tenuta del «fronte» occidentale con investimenti adeguati. «No a duplicazioni e capacità in eccesso, ma ci sono impegni irriducibili sulla linea di difesa: non è possibile che gli Stati Uniti spendano il 3% del Pil per la difesa e l'Unione europea appena l'1%, il divario è troppo grande» dice, chiedendo agli alleati di «organizzarsi per le sfide che provengono dall'area del Mediterraneo». Perché la pace, ripete, non può essere data per scontata. E la minaccia di pesanti sanzioni alla Russia continuerà, se Mosca non imboccherà «la porta della diplomazia». Renzi promette: «Verificheremo i budget per evitare sprechi e allo stesso tempo avere la possibilità di intervenire in tutto il mondo», rassicura gli italiani che il Paese non è «la Cenerentola d'Europa» e ha risorse a sufficienza «per affrontare una crisi energetica». Ma a Obama chiede sostegno per la causa dei marò detenuti in India, perché il loro caso sia affrontato a livello internazionale. Il presidente americano, intenzionato a ricucire i fili allentati con l'Europa, rinnova la sua amicizia con Roma: «In questo viaggio voglio dire che noi siamo con voi» dice dopo aver salutato i giornalisti, in italiano, con un "buon pomeriggio". «Sono molto colpito dalla visione che Matteo porta con sé in questo incarico, credo che nuove energie possano sprigionarsi dalla giovane generazione che governa l'Italia: ho fiducia nelle sue riforme» afferma, sottolineando le «decisioni complesse» che attendono il premier, ma allo stesso tempo rendendo omaggio al «grande amico» Giorgio Napolitano, che ha incontrato al Quirinale e a cui è legato da forte sintonia: «L'Italia è fortunata ad avere un grande statista che guida il Paese nei momenti difficili». Ma è soprattutto l'incontro con il Papa, il leader più amato e più disarmato, a emozionare Obama, che definisce «un grandissimo onore» la visita a Francesco: «Mi hanno commosso il suo messaggio di inclusione, la sua compassione per i poveri, le sue riflessioni sull'importanza di avere una prospettiva morale, senza pensare ai nostri interessi personali». Il presidente dribbla le domande dei giornalisti americani su temi etici e diritti civili, omossessualità, aborto: «Ma anche i reporter italiani fanno quattro domande alla volta?» scherza con Renzi. «Abbiamo parlato di emarginati, perché noi politici abbiamo il dovere di affrontare questi temi, dei conflitti in Medioriente, in Siria, della persecuzione dei cristiani. Ho invitato Sua Santità negli Stati Uniti - annuncia - gli americani sarebbero felicissimi». ©RIPRODUZIONE RISERVATA