Le mani arrossate del clochard della stazione
Ti chiedo scusa, amico inafferrabile, per non aver visto il freddo che stava arrossando le tue mani congestionate. Ero troppo occupata a schivare gli sguardi dei tuoi compagni, barricandomi dietro recenti notizie di antichi veleni. Ero convinta che ti avrei visto ancora, puntuale più dello smemorato treno pendolare, alla ricerca di un angolo declassato della stazione da cui osservarci con occhi distanti. Portavi addosso tutto il guardaroba, forse per essere libero di andartene da noi che incominciavamo a starti stretti. Era facile confonderti con i viaggiatori. Non sembravi aver bisogno di niente. Anche le tue mani erano incapaci di domandare. Sono stata una cattiva compagna di attese. Non ti ho mai invitato per un caffè. Forse temevo che la tua essenza potesse contaminare il mio odore costoso. E se ti fossi affezionato a questo rito e avessi preteso di seguirmi, ogni mattina, senza infrangere il voto del silenzio, neppure per un grazie ristretto?Meglio lasciarti un caffè pagato e consegnare a voci gentili, l'imbarazzo della tua presenza, promemoria fastidioso di una sofferenza che non fa rumore. Scusa se non ho tradotto il tuo mutismo. Ti confesso che mi faceva paura. Ho sempre bisogno di risposte e tu non eri il tipo da darle. Potevi essere stato chiunque. Uno che aveva visto troppo, uno che incominciava a vedere. Per questo mi attiravi. Non ho ancora deciso se voglio mani screpolate o unghie perfette ed affilate. Non sono come te, non mi piace dormire per terra, coperta dall'insofferenza dei passanti. Nel dubbio tenevo dei guanti nella borsa e aggiungevo un giorno in più alla mia vigliaccheria. Mi ero immaginata la scena. Ti avrei seguito e dopo un po' ti avrei detto "Le sono caduti questi". Tu, nell'unico modo che conosci per ringraziare, avresti annuito e te li saresti infilati. Poi mi sarei avviata come un'eroina al mio treno e il fischio sarebbe intervenuto a dividere le nostre vite parallele. Sarebbe stato un bel finale. Peccato che nella realtà non ci sia stato concesso di scriverlo. Ho ancora i tuoi guanti e tu le mani arrossate. Il giorno che ho deciso di fare il salto, non c'eri. E neppure le mattine dopo. Ho chiesto in biglietteria, al bar, all'edicola, ma sembra che tu non abbia lasciato ombra. Ci sono solo i tuoi cartoni su cui adesso dorme un abusivo. E' fastidioso, manda cattivo odore e brutte intenzioni. Me la prendo con lui, perché ce l'ho con me. Donata Ghielmetti