Legge elettorale, c'è l'accordo Pd-Fi

di Maria Berlinguer wROMA «Dopo anni di melina si passa dalle parole ai fatti, mai più larghe intese grazie al ballottaggio e mai più poteri di ricatto dei piccoli partiti e mai più inciuci alla spalle degli elettori». Così Matteo Renzi esulta su Facebook per l'accordo sulla legge elettorale che ha retto alla prova dell'intesa con Silvio Berlusconi, «la fine dell'incantesimo», dice al Tg1. Via libera al 37 per cento per un premio di maggioranza del 15, sì al salva Lega, soglia di sbarramento abbassata dal 5 al 4,5. E soprattutto delega al governo, al ministero dell'Interno, perché ridisegni i collegi entro 45 giorni. «Ora non mi possono più accusare di puntare al voto anticipato», dice ai suoi Renzi consapevole che la finestra per un eventuale election day con le Europee del 25 maggio è praticamente chiusa visti i tempi con i quali marcerà l'Italicum in Parlamento. Gli emendamenti saranno votati a partire dalla prossima settimana. «Renzi ha dimostrato di avere le palle, i piccolissimi partiti avranno problemi con questa legge ma era l'obiettivo», commenta chissà se consapevole di seminare zizzania in casa Pd, ma anche sua, il neo consigliere politico di Forza Italia, Giovanni Toti. Da Bruxelles anche Enrico Letta saluta soddisfatto la notizia dell'intesa. Se si riesce a fare le riforme istituzionali si «riesce a far muovere le riforme economiche» dice il premier convinto che riforme e nuovo sistema di voto siano fondamentali «per la stabilità e per far funzionare bene il Paese». Il segretario del Pd non sembra affatto preoccupato né dai maldipancia della minoranza interna che conferma che darà battaglia in Parlamento su preferenze e soglia di accesso per i partiti coalizzati, né per la reazione stizzita dei piccoli e degli alfaniani che proveranno a cambiarla in aula. Il sindaco di Firenze è infatti convinto che nessuno si vorrà prendere la responsabilità di far fallire davanti al Paese quello che alcuni democratici renziani doc, come Dario Nardella, già definiscono accordo storico. Al Tg1 che gli chiede se teme «tranelli» in aula, per esempio alla Camera, dove è previsto il voto segreto, Renzi risponde: «Sarebbe il colmo, che quelli che non sono riusciti fino ad oggi ad approvare la legge elettorale, si nascondano dietro il voto segreto, ma io sono ottimista e penso che l'accordo possa essere approvato rapidissimamente». La trattativa tra Renzi e Silvio Berlusconi si è chiusa sul serio solo ieri mattina dopo che il leader di Forza Italia è riuscito a piegare le sacche di resistenze interne. È stato Denis Verdini a tenere il filo del dialogo a distanza con il Cavaliere e a rassicurare Renzi che alla fine Berlusconi avrebbe confermato la parola. L'ultima telefonata Renzi l'ha ricevuta vero le 12 quando era all'assemblea dei sindaci che protestano contro il governo. Eppure la mattinata non era cominciata sotto i migliori auspici con Brunetta che invitava a giocarsi i numeri al lotto: 35, 5, 18, ricordando che il patto Renzi-Berlusconi non poteva essere modificato, come del resto aveva detto proprio Renzi in direzione alla minoranza. «Non è un menù "a la carte", le modifiche saranno possibili solo con il consenso di Forza Italia». Per non parlare delle dichiarazioni di Gaetano Quagliariello che ha ribattezzato l'Italicum come «Vampirellum» avvertendo che la nuova legge elettorale non poteva tradursi in un patto tra Forza Italia e Pd per inghiottire gli alleati più piccoli. Ottenuto l'ok di Berlusconi, Renzi ha convocato al Nazareno la responsabile delle riforme della segreteria, Maria Elena Boschi, e il capogruppo alla Camera, Roberto Speranza, per fare il punto. «Non fermiamoci qui, adesso sotto con il Senato, le Province e il titolo V e sopratutto con il jobs act, dai che questa è la volta buona» ha scritto poi su Facebook . ©RIPRODUZIONE RISERVATA