Cäplin e spurtin, le creazioni di Maria

Con l'arrivo sull'aia del carro colmo di pannocchie cominciava, per noi ragazze, l'impegno di aiutare Maria a sfogliare il mais (pelà lä mèlgä) per arrivare presto sul fondo del mucchio dove nascondeva le noci come ricompensa a chi era stata lesta a completare il lavoro. Sull'aia rimanevano due mucchi: quello del mais e l'involucro delle pannocchie, i scärto d'lä mèlgä. Un altro gioco -lavoro ci attendeva: aiutare Maria a suddividere e scegliere le foglie lunghe e integre delle pannocchie, infilarle nei sacchi di juta, che lei stessa avrebbe caricato e trasportato sulla carriola e poi svuotato sul marciapiede di casa per far essiccare le foglie al sole. Si preparava così il lavoro per il lungo inverno, periodo in cui la campagna, da lei coltivata, non dava più guadagno fino alla nuova stagione. Intrecciava le foglie di pannocchie creando cappelline a larga tesa (cäplin) e sporte per la spesa (spurtin). Maria Greppi, una cara figura nel ricordo di noi ragazze, abitava "in fund äl Rusö," antico rione di Belgioioso sorto dietro alle ortaglie del castello, in una di quelle tipiche case "äl tiron" che costeggiavano la strada. Viveva sola, perciò, dopo aver sbrigato le poche faccende domestiche, si sedeva in s'lä cädreghètä, una bassa seggiola che poneva tra il focolare e il tavolone, si infilava il grembiulone e, rovesciando il sacco, si circondava di foglie essiccate. Noi ragazzine ci impegnavamo ad aiutarla a scegliere le foglie della medesima lunghezza e con sfumature cangianti, ammucchiandole vicino a lei. Sul tavolone disponeva le "anime" delle sporte, cornici di legno stagionato, rettangolari dall'ampia profondità, solide, di diverse misure, sceglieva quella più consona alla richiesta e cominciava il suo meticoloso e paziente intreccio. Tenendo in mano le foglie le intrecciava e le avvolgeva attorno all'anima. Con maestria e un particolare movimento delle mani, superava l'inghippo di unione tra le due foglie, senza annodarle, dando così all'operato la parvenza di un lavoro continuativo, come un filo infinito. Procedeva velocemente scandendo l'intreccio e la narrazione, con voce modulata, di racconti avvincenti che noi ragazze ascoltavamo sognanti, storie interminabili, perché, quando sembravano essere giunte alla logica conclusione, sopraggiungeva il solito … ma … che ci rimandava all'indomani ! Intanto Maria aveva concluso la sporta, ne toglieva l'anima, intrecciava i manici e li cuciva ai bordi dell'apertura. Queste sporte venivano usate per la spesa quotidiana, perché non esistevano le borse di plastica. Solo il pane veniva riposto nel pänèt, prima di essere introdotto nella sporta; il panet consisteva in un grande fazzoletto legato con due nodi o in un sacchetto di tela ricamata. L'altra merce acquistata invece veniva messa direttamente nella sporta senza involucro. Con lo stesso sistema Maria creava "cappelline", che usavano le donne nel lavoro campestre. L'anima della "cappellina" era una calotta semicircolare, da cui partiva l'intreccio, che si ampliava fino alla base per formare una grande ala a tesa larga, di protezione per il capo, il viso, le spalle. Le donne se la mettevano in testa: sotto il foulard, che serviva a trattenere il sudore ma anche a legare la cappellina, in modo che non cadesse durante le lunghe ore di esposizione al sole cocente per la monda del riso e per la raccolta dei fagioli. Maria ci premiava per la compagnia che le tenevamo, un premio da noi tanto ambito e desiderato: una borsettina dal modello esclusivo e ancora da me conservata a ricordo di un lavoro estinto ! Rosella Bottani