Il padre di Alberto «L'incubo ritorna»

GARLASCO Via Tramia, officina Stasi ventiquattro ore dopo il verdetto della Cassazione. Nicola Stasi è tornato al lavoro. Camicia a quadrettini bianchi e rossi, gli stessi occhi azzurri di Alberto – sul cui conto non vuole sentire nessuna domanda -, il padre dell'unico accusato dell'omicidio di via Pascoli ha accettato di parlare. Questa volta ha ceduto allo sfogo di un padre che fino a ieri l'altro sperava nell'inizio di una vita nuova. Alberto, ormai 29enne, dovrà invece affrontare un nuovo processo d'Appello, con l'accusa di essere l'assassino di Chiara Poggi, la fidanzata. Così hanno deciso i giudici di terzo grado giovedì mattina. Dell'Alberto di oggi restano solo le immagini scattate appena poche ore fa all'uscita della Cassazione a Roma, lo sguardo di sempre che sembra schermare ogni emozione. Dopo di che il nulla. Attorno all'ex bocconiano, il muro di protezione della famiglia e degli amici stretti, adesso non lascia trapelare un solo dettaglio.Dov'è adesso Alberto? Come sta affrontando questo momento? Nicola Stasi non ha fatto nomi di presunti colpevoli, né si è sbilanciato su eventuali piste a suo parere trascurate. Una cosa però l'ha detta: dopo l'assoluzione in Appello si sarebbe dovuto cercare altrove. Per i giudici della Cassazione serve un nuovo processo. «C'è poco da dire. Non si può spiegare come stiamo in questo momento, bisognerebbe vivere quello che stiamo vivendo noi. La verità? E' un incubo. Ci siamo di nuovo dentro. Non lo auguro a nessuno. I prossimi saranno tre, quattro anni massacranti. Saranno contenti i Poggi». Cosa vuole dire? «Saranno contenti loro visto che si sono convinti così tanto che Alberto sia il colpevole. Secondo me gli hanno fatto il lavaggio del cervello. Non mi vengono altre parole». Non ha pensato, dopo la riapertura del giallo di Perugia, che anche per il delitto di Garlasco potesse avvenire altrettanto? «Mai. La decisione della Cassazione ci ha colti impreparati, se è questo che volete sapere. Eravamo convinti che vedere Alberto scagionato in due gradi di giudizio bastasse a mettere la parola fine a tutti i dubbi su di lui. Però ci sono tanti elementi ancora poco chiari: in paese anche chi è convinto che l'omicida non sia Alberto dice che rifare l'appello servirà a scagionarlo del tutto. «Sa cosa vuole dire riaffrontare un processo? E di cosa andranno a parlare? Torneremo sulla bicicletta? Sulle scarpe? Ancora?» Ha un'idea di chi ha ucciso Chiara e del motivo per cui dopo l'assoluzione in Appello gli inquirenti non abbiano cercato altrove? «Non chiedetelo a me, non dico niente. Di sicuro, finché non si guarda altrove il presunto assassino può solo avere il nome di un innocente. Ed è quello di mio figlio. Dopo la sentenza lo avrà sentito. Cosa vi siete detti? «Ho già ripetuto che di questo non parlo». Abita ancora a Milano? «Faccia la brava, per favore». I genitori di Alberto proteggono la poca vita privata rimasta ad un ragazzo precipitato da sei anni nell'abisso di una tragedia ancora lontana dalla conclusione. Alberto, dopo la laurea a pieni voti alla Bocconi, ha cominciato a lavorare nello studio di un commercialista di Milano. Nel capoluogo di regione ha spostato il baricentro della sua vita, lontano dalla cerchia della provincia. La famiglia lo ha sempre sostenuto e protetto nelle sue scelte. Nicola Stasi ha accompagnato il figlio a Roma per assistere alla prima udienza in Cassazione il 5 aprile. Non c'era, invece, all'udienza di mercoledì., poi conclusa con l'annuncio che la sentenza sarebbe stata letta il giorno dopo. Il giorno del nuovo incubo. Simona Bombonato