Inge e i bambini «Siamo i testimoni della Shoah»

PAVIA "Stelle più farfalle, essere bambini a Terezin" è il tema di due incontri sulla Shoah con Inge Auerbacher, deportata a Terezin all'età di 7 anni, Matteo Corradini, autore di "La repubblica delle farfalle" dedicato ai bambini di Terezin (Rizzoli) e Antonio Sacchi, dirigente del settore cultura della Provincia di Pavia. Il primo incontro con i lettori è oggi alle 18 alla Nuova Libreria Delfino di Piazza Cavagneria 10, secondo appuntamento alle 21 nell'aula goldonianana del collegio Ghislieri. Inge era l'unica figlia di Berthold e Regina Auerbach, ebrei osservanti che vivevano a Kippenheim, un paesino nella parte sudoccidentale della Germania, vicino alla Foresta Nera. Suo padre, ferito e decorato nella prima guerra mondiale, era un mercante di prodotti tessili e la famiglia viveva in una grande casa di 17 stanze, dove la servitù svolgeva gran parte dei lavori di casa. «Il 10 novembre 1938, alcuni teppisti lanciarono pietre contro la nostra casa - racconta Inge nella testimonianza per il Museo dell'Olocausto -, rompendo tutte le finestre. Quello stesso giorno la polizia arrestò mio padre e mio nonno, mentre mia madre, mia nonna ed io riuscimmo a nasconderci in un capanno fino a quando tutto tornò tranquillo. Quando venimmo fuori, scoprimmo che tutti gli uomini ebrei della città erano stati portati a Dachau». Al padre di Inge, per i suoi meriti di guerra, e al nonno fu permesso tornare a casa qualche settimana dopo, ma nel maggio seguente il nonno morì di un attacco di cuore. «Avevo 7 anni quando, nel 1942 venni deportata con i miei genitori nel ghetto di Terezin, in Cecoslovacchia raccanta ancora Inge -. Quando arrivammo, ci presero tutto, ad eccezione dei vestiti che indossavamo e della mia bambola, Marlene. Le condizioni di vita nel campo erano dure, tanto che le patate valevano quanto diamanti. Ero malata per la maggior parte del tempo, ed ero affamata e impaurita. Per il mio ottavo compleanno, i miei genitori mi regalarono una piccola torta di patate con un pizzico di zucchero; per il mio nono compleanno, invece, un vestito per la mia bambola, fatto di stracci; e per il mio decimo compleanno, una poesia scritta da mia madre». L'otto maggio 1945, Inge e i suoi genitori furono liberati dal ghetto di Terezin, dove avevano trascorso quasi tre anni, dai soldati dell'Armata rossa. Nel maggio del 1946 emigrarono negli Stati Uniti, dove Inge vive tuttora. Nata a fine Settecento come città-fortezza, durante la Seconda guerra mondiale Terezin diventò un campo di raccolta degli ebrei destinati allo sterminio. Vi furono rinchiuse 155 mila persone. Solo 3.807 tornarono a casa dai campi di Treblinka, Auschwitz-Birkenau e dagli altri lager del Reich dove furono deportate. Nel ghetto vissero circa 15 mila tra bambini e ragazzi: alla fine della guerra ne erano rimasti in vita 142. A Terezin c'era tutto: case, strade, musica, teatro. Peccato che non ci fosse la libertà. Le SS pattugliavano il ghetto giorno e notte. Si sparava, c'era sangue per le strade. Ogni tanto qualcuno cercava di fuggire e non ci riusciva, le famiglie erano separate e cercavano con ogni mezzo di restare in contatto. Ogni venerdì sera un gruppo di ragazzi si raccoglieva di nascosto intorno al bagliore di lumino per creare un giornale che fu chiamato Vedem, ovvero Avanguardia, e metteva insieme le notizie del momento: gli arrivi, le partenze verso l'ultima destinazione, ma anche poesie, disegni, interviste. Era il loro modo di lottare, di tenersi stretta la voglia di restare vivi. Molte pagine del giornale Vedem sono oggi conservate al Memorial di Terezin. Matteo Corradini è partito da quei documenti per raccontare "La rtepubblica delle farfalle," una straordinaria forma di resistenza. Età di lettura: da 10 anni. Corradini, dottore in lingue orientali con specializzazione in lingua ebraica, si occupa di didattica della Memoria. Fa parte del team del Museo dell'ebraismo e della Shoah.