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di Natalia Andreani wROMA Raffica di richieste di rinvio a giudizio per undici fra boss, politici e funzionari dello Stato fra cui gli ex ministri Nicola Mancino e Calogero Mannino e il senatore Marcello Dell'Utri. Si è conclusa così la requisitoria della procura di Palermo nell'udienza preliminare sulla trattativa Stato-mafia che sarebbe stata portata avanti fra il '91 e il '93 da pezzi delle istituzioni minacciati dall'aggressione stragista di Cosa Nostra. Stralciata, invece, la posizione del boss Bernardo Provenzano, che è ormai in fin di vita e il cui destino processuale sarà deciso in separata sede il 23 gennaio. La ricostruzione dei fatti offerta dal pm della procura di Palermo, Nino Di Matteo, ha occupato due udienze. Due giorni durante i quali sono stati illustrati i capi d'accusa a carico degli indagati: ed è stato ribadito che la trattativa «ebbe imput politico». A processo, per la procura, devono andare tutte le undici persone incriminate per quei patti inconfessabili che sarebbero stati stretti per far cessare la stagione delle bombe. Patti stretti anche eliminando chi era di ostacolo - l'ultimo il giudice Paolo Borsellino - e che poi avrebbero portato alla nascita della seconda Repubblica: i quattro boss corleonesi di Cosa nostra Totò Riina, Luca Bagarella, Giovanni Brusca e Nino Cinà, il figlio dell'ex sindaco di Palermo Massimo Ciancimino, gli ufficiali dei carabinieri Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, gli ex ministri democristiani Mannino e Mancino, il senatore del Pdl Dell'Utri. Tutti - a parte Mancino che è accusato solo di falsa testimonianza - devono rispondere, secondo la procura, del reato di attentato, con violenza o minaccia, a corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato aggravato dalla finalità mafiosa. A Ciancimino vengono contestati anche il concorso in associazione mafiosa e la calunnia aggravata mentre Mannino ieri ha chiesto di essere giudicato con rito abbreviato. Il gup Piergiorgio Morosini si è riservato la decisione. Nell'aula bunker del carcere di Pagliarelli, dove si è svolta l'udienza a porte chiuse, ieri ha chiesto la parola Loeluca Bagarella. Il boss ha negato di avere mai avuto rapporti con alcun politico. Per il pm, al contrario, il capomafia detenuto da 15 anni avrebbe dato al "picciotto" di Cosa nostra Vittorio Mangano, stalliere ad Arcore, l'incarico di «contattare Silvio Berlusconi tramite Marcello Dell'Utri». Secondo la procura, in concomitanza con quell'iniziativa di Bagarella cessarono le stragi. Altro episodio citato dall'accusa riguarda la mancata cattura di Nitto Santapaola. Nel corso del 1993 i Carabinieri del Ros avrebbero intercettato l'allora boss latitante, ma «non lo riferirono ai magistrati» e non lo arrestarono. Di Matteo ha quindi proseguito la storia della trattativa concentrandosi sull'ammorbidimento dei 41 bis, il carcere duro, concesso dal Dap a un pugno di mafiosi nel corso del 1993. Quindi la parola è passata alle parti civili mentre oggi, e poi lunedì, toccherà alle difese. Nei mesi scorsi l'inchiesta sulla trattativa ha visto il Quirinale e la procura di Palermo scontrarsi davanti alla Consulta che dando ragione al Colle ha chiarito come il capo dello Stato non possa mai essere intercettato, né direttamente, né indirettamente. Oggetto del conflitto - fonte di accese polemiche - quattro colloqui fra il senatore Mancino e il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Mancino si lagnava col presidente e col suo collaboratore Loris D'Ambrosio, poi stroncato da un'infarto, dello scarso coordinamento tra le procure antimafia che indagavano sulle stragi e sulla trattativa. ©RIPRODUZIONE RISERVATA