Montolivo in lacrime E Chiellini ringrazia «Lezione di civiltà»

di Valentino Beccari wINVIATO AD AUSCHWITZ (Pol) "Arbeit macht frei" apre le porte del mondo. Un mondo nero, con urla silenziose che ancora si sentono e quella presenza oscura che strozza in gola ogni sentimento. Un altro mondo rispetto a quello dorato del pallone, capriccioso per statuto e viziato per vocazione. Eppure, almeno per qualche ora, anche il calcio fa un passo indietro, tocca con mano la memoria e con un'umiltà che solitamente non gli appartiene entra ad Auschwitz e Birkenau in punta di piedi. La delegazione azzurra, una quarantina di persone tra giocatori, tecnici e dirigenti, sembra una scolaresca con gli eroi della domenica trasformati in bravi studenti che ascoltano con attenzione le parole della guida e osservano, fotografano e catturano immagini e testimonianze che lasciano il segno. Come è lontana la Spagna e come sembra piccolo questo Europeo rispetto al tetro spettacolo delle camere a gas, dei forni crematori, delle ciocche di capelli delle vittime: quasi un milione e mezzo di persone è entrato a Auschwitz e Birkenau e non ha più fatto ritorno a casa. RiccardoMontolivo non riesce a trattenere le lacrime davanti alle migliaia di scarpe di bambini ammassate in un locale del museo. «Di fronte a queste cose ti senti vuoto, sconvolto», afferma il centrocampista. Claudio Marchisio è tra i più attenti: non si perde una descrizione e immortala con la digitale ogni momento. «A 14 anni con la scuola sono stato a Mauthausen – dichiara lo juventino – ma qui hai la percezione del massacro. Sono passati più di 60 anni ma si respira ancora l'atmosfera di atrocità». È davvero strano vedere i calciatori camminare in fila indiana per i viali della morte di Birkenau e ascoltare i racconti dei reduci. «Non è mai tardi per imparare – dichiara Giorgio Chiellini – ed è veramente difficile esprimere quello che si prova in queste situazioni. Siamo giovani fortunati e quella di oggi è una lezione di civiltà ed umiltà». Morgan De Sanctis si ferma sull'uscio di un forno crematorio. Chi passava da quella porta ne usciva come cenere. Difficile resettare la mente e pensare se una palla ha varcato o meno la linea di porta. «C'è un silenzio quasi surreale – dichiara il portiere – la visita al campo di sterminio ci impegna a conservare il ricordo e a trasmettere alle generazioni future il ricordo delle atrocità commesse in questi luoghi. Sono un genitore e sentir raccontare di figli strappati alle loro madri e ai loro padri mi ha toccato». Un bel gesto davvero quello della nazionale italiana che non si limita a un "toccata e fuga" di facciata ma vive il momento con tutti i giocatori e non con una delegazione ristretta come ha fatto la Germania l'altro giorno. Una dose massiccia di umanità respirata a pieni polmoni e che può essere tradotta in esempi concreti nella quotidianità, anche dentro uno stadio che ancora resta zona franca di intolleranza e razzismo. «Il calcio ha espresso episodi spiacevoli – conclude De Sanctis – ma quelli positivi sono superiori a quelli negativi. Sono convinto che agli Europei non ci saranno manifestazioni di razzismo e che Mario Balotelli non verrà fischiato per il colore della pelle». ©RIPRODUZIONE RISERVATA