La regina esiliata in riva al Ticino
Enrico Cernuschi, 51 anni, è nato a bologna ma si è radicato a Pavia dove lavora come funzionario di una delle maggiori banche italiane. Studioso di storia navale, ha scritto, tra l'altro, insieme a Erminio Bagnasco "Le navi da guerra italiane 1940-1945" (Albertelli pagg. 350) e collabora a diverse pubblicazioni italiane e straniere, tra le quali "Rivista Marittima", il mensile dello Stato maggiore della Marina militare "Storia Militare" e "Warship". Il suo ultimo libro si intitola "Gran Pavese. Storie di mare, di guerra e di fiume" ( Mursia, pagg. 222), che racconta storie di navi e barche a remi, a vela, a motore. Storie di marinai celebri e sconosciuti, di comandanti leggendari e anonimi, storie di mari, di laghi e di fiume, di guerra e di pace. Lo studioso della marineria ha raccolto grandi e piccole avventure contrassegnate da ardimento, disciplina, passione, umanità e anche tanto buon senso (indispensabili per affrontare una buona navigazione). Pavia è una città magica. La si può amare con la testa o con il cuore oppure, ancora meglio, con tutti e due, ma il risultato non cambia. Questo sentimento può essere manifestato, naturalmente, in maniere diverse. Un giardiniere, una coppia di studenti innamorati o un vecchio cittadino hanno ciascuno, infatti, un proprio sistema, diverso da tutti gli altri, per vivere la città. Questa pagina e le due che seguiranno, prossimamente, su "La Provincia Pavese", sono la prova d'affetto di uno storico. Narrano, infatti, una vicenda incredibile, ancorché accuratamente documentata, verificatesi in Pavia. Si è trattato, per chi scrive, di una sorta di avventura vissuta attraverso musei, archivi, biblioteche Settecentesche e le strade del centro intorno al Duomo. Talvolta il filo degli avvenimenti e delle ricerche si è spinto fino in Francia e in Gran Bretagna, ma alla fine tutte le tracce sono tornate sulle sponde del Ticino per la soluzione finale. Chiunque, oltretutto, può rintracciare e verificare facilmente, su Internet, praticamente tutti i protagonisti e gli elementi sparsi di questa vicenda dimenticata e clamorosa, qui narrata per la prima volta, a conferma del fatto che la tecnologia si evolve, dalle penne d'oca al computer, ma che Pavia e i suoi segreti, dimenticati e discreti come i propri abitanti, rimangono sempre gli stessi. Pochi sanno che una regina inglese è sepolta a Pavia. Chi scrive lo apprese, per la prima volta, qualche anno fa sfogliando un vecchio fascicolo della benemerita Società Pavese di Storia Patria presso quella sorta di istituzione locale che è la bancarella del sabato di Augusto, in Piazza del Duomo. Registrai mentalmente la cosa e me ne dimenticai, salvo imbattermi, tempo dopo, in un paio di curiose coincidenze che mi spinsero ad approfondire la questione. Appresi così, con crescente stupore, che le sovrane inglesi qui sepolte, entrambe risalenti all'alto medioevo, erano due, anziché una e che intorno alle loro tombe, come in ogni romanzo che si rispetti, hanno continuato ad aleggiare, in senso non figurato, spettri, misteri e delitti per oltre otto secoli. Come in tutte le storie, comunque, conviene andare con ordine, seguendo rigorosamente la cronologia. La prima regina di questa storia è Eadburh, figlia di Re Offa di Mercia e sposa ventenne, nel 789, di Re Beorhtric del Wessex. La tradizione popolare le attribuisce un ritratto, senz'altro molto posteriore, custodito a Chippingam, nel Wiltshire, dove è sopravvissuta soltanto la parola regina mentre il nome è stato scalpellato. L'immagine è quella di una biondina non troppo alta, molto femminile, dalla carnagione chiara e dallo sguardo determinato, piuttosto diverso rispetto al modello corrente all'epoca della Madonnina infilzata. La cronaca del vescovo Asser, il biografo di Alfredo il Grande vissuto due secoli dopo, è spietata nei confronti della giovane sovrana, attribuendole ogni sorta di infamia al servizio di un'ambizione smodata. In realtà la povera regina, sposata in nome della ragion di Stato a un uomo col doppio dei suoi anni, si trovò ad affrontare almeno due problemi piuttosto spinosi. Il primo era legato ai rapporti di forza tra il regno di Marcia, da dove proveniva, e l'assai più piccolo e debole Wessex. Re Offa e il suo successore Coenwulf sono infatti annoverati come i primi re, in pectore, d'Inghilterra mentre Beorhtric cercava comprensibilmente di conservare, a sua volta, la propria autonomia, magari alleandosi sottobanco con i nuovi venuti vichinghi, la cui prima incursione avvenne proprio in occasione delle sue nozze, nel 789, rischiando addirittura di mandarle all'aria. Il secondo e ancor più grave problema era legato, per contro, alle particolari tendenze del sovrano. Beorhtric, infatti, nutriva una spiccata preferenza, secondo le cronache del suo stesso tempo, per i giovanotti. Questo fatto rese, ovviamente, ancora più penosa la vita di quella bella e scalognata sovrana. Se le accuse mosse alla regina sono vere, Eadburh avvelenò, nell'802, una fiasca di vino con l'intento di far fuori l'ultimo amante del re: il giovane Warr. Costui era un cavaliere sassone e pagano che Eadburh aveva cercato vanamente di allontanare, in precedenza, dalla corte per motivi, più che sentimentali, di bassa cucina politica non disgiunti dal timore, espresso dalla Chiesa, di dover assistere, di lì a poco, a una generale apostasia dell'ovest dell'Inghilterra (dopo tutto convertitosi piuttosto sbrigativamente al cristianesimo appena cent'anni prima) sull'onda dell'ultima grande stagione politeista di quegli anni. Il guaio fu che anche il monarca bevve dallo stesso recipiente restando stecchito assieme al proprio favorito. Lo scandalo fu grosso e la Regina, portando con sé parte del tesoro reale (in pratica la sua dote) dovette emigrare nel continente alla corte di Carlomagno, ad Aquisgrana, ponendosi sotto la protezione dell'imperatore. A corte la bellezza e lo spirito della sovrana dotata, a quanto pare, anche di una notevole cultura, fecero colpo, tanto che il sessantenne Carlo, ormai da tempo vedovo, le chiese, nel giro di tre anni, di sposarlo. Eadburh dichiarò a sua volta, come in un romanzo d'amor cortese o in una puntata dell'odierno serial televisivo Beautiful, di amare, ricambiata, il figlio dell'Imperatore ed erede designato, il giovane Carlo, suo coetaneo. Che sia vera o meno la risposta attribuita solitamente al furioso Carlomagno: "Potevi averci entrambi, non avrai nessuno", è un fatto che la bella e sfortunata regina fu esiliata seduta stante a Pavia, dove fu nominata badessa di un convento formato da quaranta monache di nobile origine, metà franche e metà longobarde (o, se si preferisce, italiane) sito entro il perimetro della città. Quanto al giovane Carlo, destinato originariamente a governare per contro del padre la Langobardia maior o Neustria, alias il vecchio ducato di Pavia, fu spedito in Bretagna. La scelta di inviare la sfortunata Eadburh, eterna vittima degli uomini sbagliati, a Pavia non era, ad ogni buon conto, casuale né, tutto sommato, troppo malvagia. Essendo, in pratica, la New York dell'epoca grazie alla forza della sua economia sul Ticino e alla cultura intatta delle proprie istituzioni, la città era, in realtà, quanto di meglio potesse offrire il novello Sacro Romano Impero appena proclamato. Il giovane Carlo, inoltre, fedele alla parola data, rifiutò, in seguito, ben tre offerte (probabilmente sarebbe meglio dire ordini) di matrimonio vanamente combinate dal suo terribile padre. Forse Carlomagno, scottato dopo la tentata congiura ordita qualche anno prima dal primogenito Pipino il gobbo aveva preferito separare i due amanti per evitare sorprese politiche, salvo ripromettersi di rivedere, in seguito, l'intera faccenda. Ad ogni modo l'erede morì improvvisamente nell'811 ed Eadburh entrò nell'ultima, più dura e misteriosa fase della propria vita. Le cronache narrano, infatti, che nel giro di una sola stagione la forzata badessa di sangue reale subì, in Pavia, due attentati o, più probabilmente, dapprima un tentativo di furto e, poco dopo, una mancata rapina. In quello stesso frangente fece la sua comparsa in città un cavaliere sassone in esilio proveniente lui pure dal Wessex. I due, secondo la tradizione popolare, diventarono amanti nel giro di pochi mesi in un modo talmente evidente da provocare la rinnovata ira di Carlomagno, ormai malato, ma sempre temibile. A questo punto il cavaliere scomparve dalle scene ed Eadburh fu ridotta allo stato laicale, scacciata dal convento e costretta, secondo le descrizioni fatte dagli inglesi (i quali hanno, ancora oggi, il dente avvelenato contro di lei) a mendicare per le strade di Pavia. Si spera che la realtà non sia stata, invero, così dura, anche perchè il vescovo di Pavia, forte della propria tradizionale autonomia rispetto all'arcidiocesi di Milano, si era affrettato a far sapere a chi di dovere che non era ammissibile lo scandalo di una regina cristiana ridotta in quelle condizioni. La risposta imperiale alle richieste vescovili, una volta tenuto conto della velocità dei mezzi di comunicazione dell'epoca, fu rapida. Il nuovo sovrano Ludovico il Pio, succeduto al padre nell'814, revocò così i provvedimenti paterni. Quando però i messi imperiali, appena giunti, si recarono nella diocesi, appresero che l'ex regina era morta qualche giorno prima e che era già stata sepolta discretamente in un luogo non noto e destinato a rimanere tale visto che, oggettivamente, di scandali ce n'erano stati già troppi, ma consacrato e degno del di lei rango, circostanza questa che farebbe pensare all'interno di una chiesa. Il perché dei mancati furti, del perdurante interesse, nonostante tutto, di Santa Romana Chiesa e dell'Imperatore per la sciagurata regina, in fin dei conti imputata di omicidio, e il segreto in merito alla sua sepoltura rimasero così, per il momento, inspiegati. Enrico Cernuschi