«Amanda e Raffaele non hanno ucciso»

di Natalia Andreani wINVIATA A PERUGIA Sono quasi le dieci di sera quando nell'aula della corte di appello di Perugia, esplode la gioia di Amanda e Raffaele. Un lungo pianto liberatorio tra le braccia degli avvocati. I giudici li hanno assolti per non avere commesso il fatto. Non sono loro che hanno ucciso Meredith Kercher. Ad Amanda resta solo una condanna a tre anni per la calunnia aggravata nei confronti di Patrick Lumumba, meno di quanti ne abbia già passati in cella. Dunque scarcerazione immediata per entrambi. Vergogna, vergogna, grida la folla assiepaata da ore in piazza Matteotti tra le fly e le telecamere delle tv accorse da tutto il mondo. I due imputati avevano atteso la sentenza nel carcere di Capanne. Amanda a pregare e a suonare nella cappella, accanto a lei il parroco. Raffaele, solitamente detenuto a Terni, in una cella di transito. Poi il ritorno in aula dove Amanda è arrivata terrea in volto. Alle sue spalle, dietro il banco degli imputati il papà Kurt, la mamma Edda, la sorella e alcune delle amiche più care. In mattinata c'era stato l'ultimo passaggio in aula. E il nervosismo era già alle stelle. Volti pallidi, mani tremanti, voci rotte dall'emozione e dalle lacrime. Non era stato facile per Amanda Knox e Raffaele Sollecito tenere l'arringa della loro vita, scegliere le parole per le ultime dichiarazioni spontanee da rendere ai giudici prima della sentenza. La studentessa di Seattle è stata la prima ad alzarsi nell'aula stipata di giornalisti. E quando ha affrontato la Corte, scegliendo come altre volte di parlare in italiano, più volte le è quasi mancato il respiro. Tanto che il presidente l'ha invitata a sedersi. È stato detto più volte che non si capisce chi sono. Io sono la stessa persona che ero quattro anni fa. Ma ho sofferto. In quattro anni ho perso un' amica nel modo più brutale e inspiegabile possibile, la mia fiducia assoluta nell'autorità della polizia è stata tradita e ho dovuto affrontare accuse assolutamente senza fondamento. Sto pagando con la mia vita per cose che non ho commesso. Io sono stata manipolata. Io non sono quel che loro dicono. La perversione e la violenza non mi appartengono. E non ho ucciso, non ho violentato, non ho rubato. Non ero là, non ero presente a questo crimine. E non conoscevo Rudy, ha detto Amanda. Io non voglio fuggire dalla verità. Ma sono innocente e voglio tornare a casa, ha concluso tra le lacrime, e per questo chiedo giustizia. Poi è toccato a Raffaele, il signor nessuno, come è tornato a definirsi davanti alla corte. Il 27enne pugliese è apparso teso, ma ha parlato con voce più ferma. Non sono quel signor nessuno cui ognuno fa fare quel che gli pare, ha detto Sollecito. C'è la venere in pelliccia che lo plagia e gli da ordini, cìè chi lo fa diventare un metallaro vestito di nero, c'è chi gli mette in mano una pietra o un coltello ma non sono io quel signor nessuno per cui viene chiesto il carcere o la pena di morte. A voi chiedo di considerare la mia situazione reale. Poichè ogni notte in carcere per me è come la morte. Il mio è un incubo, ha ripetuto Raffaele ricordando come erano belli quei giorni prima del delitto, con la laurea in vista e quella splendida ragazza americana con la quale era appena sbocciata una storia d'amore. Non ho mai fatto del male a nessuno in vita mia, Poi Sollecito ha chinato il capo e si è sfilato dal polso un braccialetto di plastica con la scritta Amanda e Raffaele free (liberi), uno di quelli che la famiglia Knox ha distribuito agli amici e ai supporter d'Oltreoceano. Sono quattro anni che porto questo bracciale. Non l'ho mai tolto e vi sono racchiuse molte emozioni. Cè dil desiderio delle libertà e c'è anche un po' l'affetto e la tenerezza che ci siamo mostrati da quando ci siamo conosciuti Oggi voglio fare un omaggio alla Corte: oggi è arrivato il momento di toglierlo, ha detto stringendo in mano il braccialetto giallo, logoro e un po'sbiadito, che lo accompagnato in tute le udienze. A riprova, ha poi sostenuto l'avvocato Giulia Bongiorno, che tra i due imputati c'era affetto e non una mera storia di sesso come vuole l'Accusa. Terminati gli interventi, e prima di dichiarare chiuso il dibattimento, il presidente della Corte Paolo Castrillo Hellman aveva rivolto al pubblico, di fatto alle centinaia id giornalisti presenti in aula, un duro monito. Ricordiamoci che è morta in modo orribile una bellissima ragazza e ricordiamoci anche che sono in gioco le vite di due giovani imputati. Questa non è una partita di pallone e qui non c'è spazio per opposte tifoserie, ha detto il presidente. Quindi, alla lettura del dispositivo, mostrate rispetto per la giustizia, aveva intimato il giudice Castrillo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA