Berlusconi al Fli: basta diktat, non tradite


ROMA. Un patto di legislatura, un rimpasto di governo con possibile allargamento all'Udc e un nuovo programma che comprenda anche una nuova legge elettorale. Silvio Berlusconi è pronto a tutto ma non a dimettersi, come gli chiedono i finiani, e va alla conta in Parlamento. Il giorno del giudizio tanto atteso ci sarà oggi con la fiducia che sarà votata prima al Senato e poi alla Camera.
Il premier si presenta al Senato prestissimo e parla poco più di mezz'ora. Difende due anni e mezzo di lavoro e lancia un appello all'unità dei moderati. Un appello che rinnova in serata durante la replica a Montecitorio che gli consente di bocciare ancora una volta l'ipotesi di un governo di transizione. «Se la mozione di sfiducia, come credo, non passerà, da domani lavoreremo per ricomporre l'area moderata, per allargare l'attuale maggioranza a chi si riconosce nei valori moderati e nella grande famiglia dei moderati europei. E lavoreremo anche per rafforzare la squadra di governo» promette il Cavaliere per il quale è questa l'unica scelta che andrebbe in direzione dell'interesse del paese. L'alternativa può solo essere il giudizio degli elettori perché una scelta diversa, cioè la sfiducia, sarebbe il «tradimento» del mandato dei cittadini e dello «spirito» della Costituzione. «Un governo di transizione non sarebbe altro che un'alleanza camuffata con la sinistra» attacca il premier.
Al Senato, il banco del governo è pieno ma si nota l'assenza di Giulio Tremonti (si farà vedere solo alla Camera). Il discorso di Berlusconi, che Bossi definisce «tra i migliori», è interrotto da una trentina di applausi che partono solo dai banchi del Pdl e della Lega. Il Cavaliere denuncia l'«irresponsabilità» e la «follia politica» di una «crisi al buio». Attacca le «trame di Palazzo», ripete che se il governo deve cadere «deve essere solo il popolo a deciderlo» e spiega che in un momento difficile per l'economia mondiale «servono la continuità e l'efficienza di una governo che ha ben operato e ha garantito la stabilità economica». Ed è qui che Berlusconi apre all'allargamento della maggioranza e alla riforma della legge elettorale con un solo limite «invalicabile»: la difesa del bipolarismo e il premio di maggioranza.
Il discorso - che serve al premier anche per dire che Putin e Medvedev «vogliono la democrazia», che lui non ha mai guadagnato nemmeno un dollaro («Lo giuro sui miei figli e sui miei nipoti») e che l'accordo sul gasdotto «fu firmato da Prodi» - si conclude con l'auspicio che si apra una fase nuova e con il superamento delle divisioni tra i moderati. Altrimenti dovranno essere gli elettori a «giudicare le responsabilità». Una strada, quella del voto anticipato, che trova l'appoggio di Bossi. Decisamente contrario all'ingresso dell'Udc nel governo, il leader della Lega fa sapere a Berlusconi che «con un voto in più non si governa», scommette sulla fiducia e liquida l'ipotesi di un governo Tremonti: «Mica è scemo che va a governare in una situazione cosi. Solo un pazzo come Berlusconi può farlo».
Ma i colpi più pesanti per il governo partono dalla Camera, dove il Cavaliere ripete il discorso fatto al Senato e si promuove a pieni voti («Sono il leader più amato») e rifiuta l'ultima offerta dei finiani: un Berlusconi-bis in cambio delle dimissioni. Ad illustrare le mozioni di sfiducia, quella del Pd-Idv e quella di Fli-Udc-Mpa, sono Enrico Letta e Ferdinando Adornato.

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Gabriele Rizzardi