Robolini il gentiluomo che amava indagare Pavia

«Gentiluomo pavese» è il titolo che accompagna per tutta la vita Giuseppe Robolini, appellativo meritato, da lui stesso voluto, quasi sintesi di origini e di stile, accanto al suo nome, sul frontespizio della sua opera.
Nato a Pavia nel 1768 in una famiglia del patriziato cittadino, dotata di solidi beni e di fastoso stemma, fa i primi studi in seminario (per consuetudine più che per vocazione), passa poi al pubblico ginnasio e si laurea in legge a vent'anni.
Viene subito mandato a fare pratica legale presso studi rinomati, prima a Milano e poi a Pavia.
L'avvocatura non lo appaga, ma la usa bene: dato che non ha bisogno di guadagnare, si spende per gli altri e diventa noto in città come l''avvocato dei poveri", perché (come proclama Pietro Carpanelli nel necrologio sulla 'Gazzetta della Provincia di Pavia") «Non era mai più lieto che il di in cui la sua vittoria faceva lieto un infelice». Partecipa inoltre alla vita pubblica, assumendo vari incarichi (componente dell'amministrazione del Collegio Ghislieri, della Congregazione di Carità) tra i quali il più importante è quello di Podestà di Pavia dal 1823 al 1825.
La vera passione della sua vita è però la storia, o per meglio dire, l'erudizione vasta e minuziosa sul passato della città.
Nel 1823 viene pubblicato da Fusi il primo volume delle 'Notizie appartenenti alla storia della sua patria"; nella premessa Robolini traccia un ambizioso piano dell'opera che, in sostanza, comprende tutto (topografia della città, cronologia dei vescovi, chiese, vicende del Comune, famiglie e personaggi importanti, Università) ma al tempo stesso, con umiltà, chiede a tutti di segnalargli errori o mancanze.
In effetti è lui stesso che, continuando le ricerche con sempre maggiore entusiasmo, corregge e integra, spesso in modo sostanziale, i suoi scritti, cosicché tutti i volumi successivi hanno all'inizio numerose pagine di correzioni e aggiunte ai precedenti. Il risultato è quindi un'opera tanto ricca di informazioni e di trascrizioni di documenti (che in alcuni casi non sono più oggi disponibili), quanto farraginosa perché il percorso storico è continuamente ripreso e riattraversato.
Robolini, conscio dei limiti del suo lavoro (anche per le critiche che gli provenivano da recensioni) capisce la difficoltà del lettore e gli fornisce indici dei nomi e dei principali argomenti, un aiuto indispensabile e una fatica non consueta per gli storici di quel tempo. La stampa prosegue fino al 1838, con otto volumi in tutto, che spaziano dalla fondazione della città al 1512.
Scrupoloso nel suo lavoro, Robolini pensa e provvede a quelli che dopo di lui studieranno la 'storia patria", e in questa prospettiva costituisce per Pavia un caso unico e provvidenziale. Infatti, grazie a una buona rete di rapporti, tessuta con il suo prestigio, riesce a riunire nella sua casa molte decine di manoscritti delle opere e degli appunti di autori che costituiscono una ininterrotta tradizione storiografica pavese: dal cinquecentesco Bernardo Sacco a Girolamo Bossi che cent'anni dopo prepara una serie di repertori ai quali soprattutto gli storici dell'arte assiduamente tuttora ricorrono, a un Settecento praticamente senza lacune: Giacomo Parodi, Pietro Pessani, Siro Severino Capsoni, Siro Comi, e, attraverso Giuseppe Gaspare Belcredi, l'archivio dell'Accademia degli Affidati.
Se a questa scaffale fornitissimo, aggiungiamo un quarantina di volumi dello stesso Robolini, abbiamo un 'tesoro" storiografico importante sia per le informazioni che contiene sia per i metodi di ricerca che oggi possono oggetto di studio.
Alla morte, avvenuta l' 11 giugno 1840, lascia questa inestimabile raccolta a Luigi Lanfranchi, i cui eredi nel 1861 lo vendono (l'ultimo anello della catena non è più saldato dalla gratuita solidarietà tra studiosi) alla Biblioteca Universitaria, nella quale vanno a costituire il nucleo originale e più importante del fondo 'Ticinesi". E non è tutto: nella sala Manoscritti della Biblioteca il nome di Robolini campeggia sulle cartelle che contengono le 'pergamene" da lui raccolte, circa centosettanta documenti dal 1180 al 1640, atti notarili, civili ed ecclesiastici.
Il suo nome è ben noto ai pavesi, che lo ritrovano nell'intitolazione della via dove aveva casa (all'angolo con via Volta) e, nel cimitero, oltre che sulla lunga epigrafe tombale, scolpito nel Famedio; e anche rimane inciso nel suo banco di parrocchiano e fabbricere nella chiesa di San Primo, un ricordo nascosto, degno della sua generosità e discrezione.

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