«Impossibile evitare l'incidente»


STRADELLA.I video in aula sembrano confermare la tesi della difesa: i freni si erano rotti, il pilota aveva cercato di rallentare la corsa dell'auto facendo ricorso al freno a mano e al testacoda, l'impatto contro il pubblico era stato inevitabile.
La prima udienza del processo a Cino Bernini, il 53enne pilota di Travacò imputato di omicidio colposo, sembra chiudersi con un punto a favore della difesa, rappresentata dall'avvocato Orietta Stella, tenendo anche conto che hanno testimoniato i testi dell'accusa.
La storia è complessa e dolorosa. Lo è perché raramente un pilota finisce a giudizio per un presunto errore di guida durante una gara; e perché c'è di mezzo la vita persa di Simona Novembrini, la piacentina uccisa dall'Opel di Bernini durante il Rally dei Vigneti, nel novembre 2003. Secondo la difesa, alla fine di questa udienza - nella quale è stata ricostruita la dinamica dell'incidente - è emersa la «condotta di guida inconfutabilmente corretta di Bernini».
In buona sostanza, arrivato ad una curva, si era reso conto che i freni avevano ceduto. Giocando di freno a mano, e mettendo di traverso la sua auto, aveva tentato di rallentae la corsa dell'Opel, che invece era finita - come raccontano i filmati prodotti al processo - contro il pubblico, uccidendo Simona Novembrini e ferendo alcuni spettatori (tra cui un sottufficiale dei carabinieri). Ma quel pubblico non doveva essere li, la direzione presa dall'auto che era in testa coda era la classica via di fuga che si vede anche nelle corse di Formula 1, via di fuga che deve essere obbligatoriamente sgombra. Non era cosi, malgrado gli organizzatori avessero indicato quel punto come pericoloso e quindi da lasciare libero. Dunque, per quanto avesse potuto essere «colposa», la condotta di Bernini non avrebbe provocato vittime se fossero state rispettate le regole. Ma di questo si parlerà ancora alla prossima udienza, fissata per il 3 marzo.

Filiberto Mayda