Eluana, non fu un omicidio
MILANO. La decisione del Gip di Udine, Paolo Milocco, è arrivata dopo un anno di investigazioni: la morte di Eluana Englaro non fu omicidio e non è stata di natura traumatica o tossica. Il caso di Eluana si chiude cosi, dopo scontri politici ed etici sui temi del «fine vita».
Il procedimento, nel quale il padre della giovane donna, Beppino, era indagato per concorso in omicidio volontario aggravato insieme ad altre 13 persone, è stato archiviato. Il Gip ha accolto l'istanza presentata dalla Procura lo scorso 26 novembre.
Secondo il giudice, «la prosecuzione dei trattamenti di sostegno vitale di Eluana Englaro non era legittima in quanto contrastante con la volontà espressa dai legali rappresentanti della paziente, nel ricorrere dei presupposti in cui tale volontà può essere espressa per conto dell'incapace». In sostanza chi ha deciso di sospendere il trattamento per tenere in vita Eluana, lo ha fatto in presenza di una causa di giustificazione, quella prevista dall'articolo 51 del codice penale, ed ha dunque agito nel pieno rispetto delle leggi.
Tra gli indagati c'era anche l'anestesista Amato De Monte, capo dell'equipe medica, che nella casa dei riposo «La Quiete» di Udine attuò il protocollo per la sospensione dell'idratazione e dell'alimentazione di Eluana, definito sulla base di un provvedimento della Corte d'Appello di Milano. Eluana, dopo 17 anni di stato vegetativo persistente, mori tre giorni dopo la sospensione di cibo e acqua, il 9 febbraio 2009.
«Ho sempre agito nella legalità e nella trasparenza», ha ribadito Beppino Englaro, «non poteva esserci altra conclusione». Ora non si escludono eventuali azioni risarcitorie nei confronti di coloro che denunciarono il papà di Eluana e l'equipe guidata da De Monte. E oggi riparte l'esame della Commissione Affari Sociali del testo sul biotestamento in Italia, una legge che proprio il caso Englaro ha contribuito ad evidenziarne la necessità.