Rogo in un'altra baraccopoli

b ROMA. /bPoteva uccidere un'altra madre con i suoi tre figli il rogo che nella tarda serata di venerdi è divampato in una baracca di Trigoria, periferia sud della capitale. È un'altra sciagura della miseria che ricalca la tragedia avvenuta dodici ore prima nella pineta di Castelfusano, dove una giovane rom che aveva acceso un fuoco per riscaldare il suo rifugio è bruciata viva assieme al suo piccolo.BR Il rogo di Trigoria, a quanto sembra provocato dalla fiamma di una candela caduta su una coperta, non ha fatto morti. La donna, una rumena di 40 anni, ha fatto in tempo a mettere in salvo se stessa e i figli di 4, 11 e 13 anni. Ma c'è mancato poco. La baracca, che sorge alle spalle del Campus biomedico universitario, è stata distrutta dal fuoco acceso per mitigare il gelo della notte nel giro di pochi minuti e quando i pompieri sono arrivati sul posto hanno trovato i quattro impauriti e ustionati, nascosti tra gli alberi. Madre e figli sono stati ricoverati al Sant'Eugenio dove domani i sanitari decideranno se sottoporre i due bambini più grandi a intervento chirurgico. Tutti se la caveranno, ha riferito il minisindaco del XII Municipio lasciando l'ospedale. Nella zona dell'incedio vivevano sette nuclei familiari rumeni, 30 persone in tutto. Ieri mattina però, quando sono arrivati i vigili e il personale della sala operativa sociale del Campidoglio, di famiglie ne erano rimaste solo quattro, compresi i rispettivi capofamiglia, tutti con un regolare lavoro da manovale: sedici anime - tra cui una donna al settimo mese di gravidanza e parecchi bambini - che sono state trasferite di tre diverse strutture di accoglienza.BR Quello stesso insediamento di baracche abusive era già stato sgomberato e demolito nel maggio scorso dai carabinieri di Pomezia. Ora si farà altrettanto. Ma il problema, spiegano i vigili, «è impedire che qualcuno vi pianti le tende di nuovo».BR Solo a Roma, stima intanto la Caritas diocesana, i senzatetto che vivono sotto i ponti, nelle stazioni, in auto abbandonate, in baracche di lamiere o in rifugi di plastica e cartoni messi in piedi alla meno peggio sono perlomeno tremila: favelas fantasma che nascono e muoiono a seconda delle necessità. (n.a.)BR