Bimbo libanese salvato dal trapianto a Pavia

PAVIA. Yamen ha cinque anni. E per l'inizio della scuola, il prossimo autunno, potrà essere di nuovo a casa, in Libano. Un sogno che i suoi genitori non osavano coltivare, fino a un mese fa. Perché sul futuro di Yamen si erano addensate nubi nere: una forma di leucemia mieloide acuta resistente a tutte le terapie. Gli appelli e le ricerche per trovare un donatore compatibile sono andate tutte a vuoto. Fino a quando il ministero degli Esteri italiano ha raccolto il grido disperato dei genitori del bambino e ha portato Yamen a Pavia, nel reparto di Oncoematologia pediatrica del San Matteo.
A Pavia il piccolo Yamen è stato sottoposto a un trapianto aploidentico, cioè da donatore non compatibile dal punto di vista immunogenetico.
Una nuova frontiera della trapiantologia che solo in centri altamente qualificati, in Europa, è possibile raggiungere. In Italia accade per ora unicamente a Pavia, grazie alla preziosa collaborazione tra l'Unità operativa di Immunoematologia trasfusionale, diretta dalla professoressa Laura Salvaneschi, e quella di Oncoematologia pediatrica, diretta dal professor Franco Locatelli.
Per questo il ministro Franco Frattini, che ha seguito personalmente il caso insieme ai funzionari della Farnesina, ha puntato direttamente su Pavia. «Trapianti di questo tipo, qui al San Matteo, ne sono già stati effettuati 62 - spiega il professor Franco Locatelli -. Il bambino sta seguendo ora un percorso post operatorio buono. Ma dobbiamo attendere un anno per verificare che non si ripresenti una recidiva». Il 70% dei pazienti sottoposti a trapianto riuscito, spiega Locatelli, guarisce definitivamente. Ma la prudenza è d'obbligo.
Anche per Yamen le speranze sono buone. E' trascorso un mese dal trapianto. E il piccolo, ospite con mamma e papà di un alloggio messo a disposizione dall'Agal (associazione genitori e amici del bambino leucemico), sta meglio. Dovrà trascorrere ancora un paio di mesi a Pavia, tra ricovero e day hospital. E per il nuovo anno potrà finalmente tornare a casa.
Il midollo, per il trapianto, è stato donato da una zia quarantenne, sorella della madre. L'ultima chance dopo che in Libano erano state tentate tutte le strade possibili.
E' stato impossibile trovare un donatore compatibile, sia in ambito familiare, sia fuori. «Per effettuare questo tipo di trapianto da donatore non compatibile dal punto di vista immunogenetico - spiega Locatelli - è necessario effettuare una manipolazione delle cellule staminali per togliere i linfociti, cioè quei componenti immunocompetenti del donatore che aggredirebbero l'organismo ricevente. Questo importante aspetto procedurale è stato seguito dai colleghi dell'Immunoematologia. E' stato poi altrettanto importante mettere in atto una strettissima sorveglianza immunologica per evitare complicanze infettive e ricostruire un sistema immunitario capace di difendere il piccolo paziente».