L'Eni e il paese degli operai trapiantati
(dalla prima pagina)
A settembre altre 1.500 persone arriveranno per l'ampliamento del colosso industriale e c'è già chi teme un aumento della criminalità e chi pensa soprattutto agli affari che potrà fare. Sannazzaro diventerà per almeno cinque settimane ancora più multietnica di quanto sia stata finora, visto che sono sempre meno gli italiani disposti a lavorare in questi impianti. Chi lo ha fatto, a partire dagli anni Cinquanta, ha cambiato il paese più di quanto non sembri. E lo ha fatto dall'interno, cioè mettendo radici e diventando sannazzarese.
Chi si avvicina in auto è accolto dalle ciminiere dell'Eni, che svettano tra gli alberi, mentre i tralicci dell'alta tensione solcano i campi di riso. Sulle rotonde agli ingressi del paese sono installati cartelli che fanno correre un brivido lungo la schiena: «Con rosso stop, emergenza industriale». «Non possiamo farci illusioni - dicono in paese -, è l'inquinamento a darci da vivere». Lo conferma indirettamente il farmacista Peppino Lanati: «La quantità di antibronchitici che vendiamo - dice - è superiore alla media nazionale». Eppure a Sannazzaro appaiono tutti rassegnati a questa convivenza: «L'aria spesso puzza - dice un pensionato - ma senza l'Eni non ci sarebbe più lavoro perché negli anni hanno chiuso i lanifici, le giunterie e le viterie. E' rimasta quasi soltanto la raffineria».
E' la raffineria il collante delle due Sannazzaro: il paese reale, consolidato nel tempo, e quello virtuale, che varia in base al numero di operai che l'Eni chiama a lavorare per brevi periodi. Nella Sannazzaro reale vivono gli addetti che hanno messo radici qui, in quella virtuale quelli che se ne sono andati. Le due Sannazzaro si alimentano a vicenda: quella reale offre servizi a quella virtuale e gli stagionali li utilizzano.
La storia della maggior parte dei residenti è scritta in fotocopia: «Sono arrivato qui per lavorare nella raffineria pochi mesi, ma mi sono sposato e non me ne sono più andato - racconta un trapanese trasferitosi in Lomellina dieci anni fa - . A tanti siciliani e meridionali è successa la stessa cosa, ormai rappresentiamo più della metà dei sannazzaresi». Prima di mettere radici è capitato anche a loro di vedersi affittare persino i garage e i portici per dormire. Qualcuno, d'estate, ha anche trascorso la notte in auto sui piazzali. «Chi se lo può permettere - racconta una barista - paga anche mille euro per un appartamento arredato, chi ha meno soldi lo divide con altri tre operai, ma paga comunque almeno 400 euro». «Con 700 euro - conferma un suo cliente che lavora all'Eni da poche settimane - ti danno degli appartamenti formalmente arredati, ma che in realtà non hanno nemmeno le lenzuola, i cuscini, le pentole né le posate. Io sono andato a cercare casa a Pavia».
Qualcuno la casa la compra, ma non a Sannazzaro, perché non la trova. Le agenzie immobiliari offrono appartamenti fino a 10 chilometri di distanza, come a Carbonara o Garlasco. «Se avessero costruito un residence in questi anni - aggiunge il dipendente dell'Eni - molti lavoratori si sarebbero fermati a Sannazzaro invece siamo costretti a fare anche 30-40 chilometri per trovare un tetto».
E' anche la carenza di case e posti in albergo a rassicurare alcuni di fronte alla calata dei 1.500 operai prevista per settembre: «Non dimenticate - racconta un altro sannazzarese d'adozione, arrivato 20 anni fa con un contratto di pochi mesi per l'Eni - che lavoreranno dieci ore al giorno, mangeranno in mensa e avranno solo la forza di andare a dormire». «La maggior parte non dà problemi - spiega al bar Signorelli la 33enne Stefania Alfano, i cui genitori sono arrivati dal Sud 40 anni fa per lavorare all'Eni - al massimo si concedono un salto al bar».
Al bar e poi magari dalle prostitute, che hanno la possibilità di pagare gli affitti richiesti dal mercato e che sanno di trovare clienti tra chi resta mesi lontano da casa.
Ma il patto di convivenza tra le due Sannazzaro si sta incrinando. «Quei 1.500 operai faranno aumentare lo spaccio e la delinquenza - sostiene il 58enne Giovanni Burrone, barista di origine casertane - . La sera non è più sicuro passeggiare per il paese e già tre volte i ladri hanno provato a svaligiarmi il locale». «Sono sempre di più gli operai stranieri, romeni soprattutto - spiega un'altra barista - . Molti sono sgarbati e non si adattano alle regole. Sono una ricchezza, ma anche un problema».