LA CROCE PORTATA DA UN PRETE. E LA NOSTRA

Don Pierino Gelmini sta, in queste ore, «portando la croce» (parole sue) di un'accusa pesantissima, una delle peggiori per chi abbia scelto di dedicare la propria vita ai più deboli, e specialmente ai giovani tossicodipendenti. Ma non dev'essere un bel momento nemmeno per la procura di Terni, che sul prelato sta indagando. A quanto pare, diverse fonti accusano di abusi sessuali il carismatico leader delle Comunità «Incontro». Si tratta, per lo più, di ex ospiti. Dunque, di persone che conoscono dall'interno la situazione ma che, come è accaduto in altri casi, non sono di per sé affidabili. Quindi, la procura sa che vanno prese con le pinze. Ma deve procedere. Non può fare altro. Ad accusare sono persone in carne e ossa, non lettere anonime. Può solo evitare di sollevare polveroni. Lavora in silenzio, infatti, per mesi. Interroga, cerca verifiche in ogni direzione, ascolta nel massimo riserbo lo stesso don Gelmini. Infine, è storia di oggi, la notizia esce, fragorosa e irresistibile. Uno scoop. Mediaticamente, infatti, è come il classico uomo che morde il cane. Il buon pastore che si fa lupo.
Ma se la «croce» dell'accusato è pesantissima, anche la pubblica accusa non è sotto una pressione leggera. Per conferma, si scorra la sfilza di commenti politici: in modo massiccio e bipartisan esprimono ammirazione per don Pierino, e questo è comprensibile, ma in moltissimi casi scaricano sulla procura accuse durissime: «furore anticattolico», «disegno anticristiano», manovra riconducibile a trame politiche. Sembra impossibile, in questo paese, affrontare con freddezza e serietà - se non con la serenità che don Gelmini malgrado tutto dichiara - le vicende giudiziarie se queste non riguardano i poveri cristi ma chi, comunque, ha una posizione di rilievo e, soprattutto, forti sponde politiche.
La procura di Terni sta cercando di indagare dentro un ambiente, quello delle comunità terapeutiche di un certo tipo, che hanno molti meriti, ma che hanno avuto anche tratti di opacità, zone di scarsa trasparenza nei metodi seguiti per curare e rieducare i pazienti affidatigli. Ciò non significa nulla, per ora, a proposito di questa vicenda giudiziaria, ma certo favorisce il prodursi e il circolare di storie poco verificabili, a volte plausibili a volte molto meno, avvolte nella foschia di un rapporto tra interno ed esterno e, all'interno, tra i diversi soggetti, dalle modalità non sempre chiare. Anche per questo, avventurieri, ricattatori, spiriti vendicativi o psicolabili hanno potuto inventare accuse perfino a carico di chi ha dedicato la propria vita alla salvezza e al riscatto degli altri. L'ultima cosa perciò che serve, in questo momento, è alzare altri polveroni, bruciando mediaticamente l'icona di don Pierino o, viceversa, scomunicando la procura di Terni e rivendicando la «santità» di don Gelmini. Né il rogo né la scomunica o la santità sono categorie giudiziarie e qui, in base a precise accuse che dovranno essere tempestivamente e rigorosamente vagliate, siamo appunto in materia penale (pur nel contesto di un dramma sociale e umano che don Gelmini ha, da par suo, contribuito ad affrontare e per questo gli si deve gratitudine). A chi deve gestire e dirimere questa materia, e anche a chi la deve raccontare evitando di edificare gogne, spetta un compito difficile quanto necessario e inevitabile.