Pescara, spara e uccide il figlio alcolista

PESCARA. Uccide il figlio alcolizzato con sette colpi di fucile dopo l'ennesima lite. Poi si arrende agli agenti che lo circondano con le pistole spianate: «Non ce la facevo più, ero disperato». Una tragedia familiare che ha scosso tutta la città quella che si è consumata nelle prime ore di ieri in un appartamento di Pescara Portanuova. La vittima si chiamava Rocco Perini e aveva 31 anni.
A ucciderlo è stato il padre Alfonso di 53 anni, operaio originario di Atri (Teramo). La tragedia è esplosa al culmine di una violenta lite iniziata a mezzanotte e conclusasi quattro ore dopo. Rocco Perini dormiva nella mansarda ricavata nel sottotetto dello stesso edificio dove i genitori abitano al primo piano. Con i due genitori vive anche il nonno, che si chiama Rocco come il ragazzo, mentre la sorella Giovanna è sposata e vive fuori città. Secondo la ricostruzione dell'omicidio fatta dagli investigatori, a mezzanotte Alfonso Perini era già in pigiama quando il figlio è entrato a casa portando con sé un cartone di sei bottiglie da due litri di vino rosso. Prima di andare a dormire nella sua mansarda, il giovane cenava dai genitori e spesso si ubriacava. Siccome più volte Rocco Perini, ubriaco, aveva alzato le mani sulla madre, il padre era rimasto in piedi. Voleva convincere il figlio a smetterla, ad andare a dormire. Invece urla e offese. Sono da poco passate le 4 quando la rabbia acceca definitivamente il genitore. Alfonso Perini va in camera e carica il suo fucile da caccia Beretta calibro 12 a canne sovrapposte. Il figlio si accorge della mossa e tenta di raggiungere la porta di ingresso. Non ce la fa. Viene ferito alla spalla dai primi due colpi di fucile. Si rifugia in cucina e chiude a chiave la porta a vetro. La cucina diventa la sua trappola mortale. La madre dà l'allarme e riesce a disarmare il marito, che però torna con un secondo fucile davanti alla cucina e trova il figlio seduto sul pavimento in un lago di sangue. Gli spara quattro volte. L'ultimo colpo di fucile viene avvertito anche dagli agenti della Volante che salgono al primo piano con le pistole in pugno. «Non ce la facevo più. Ero disperato», dirà ai poliziotti Perini nell'atto di consegnare il fucile. Viene portato in questura e poi in carcere con l'accusa di omicidio aggravato. La polizia sequestra in casa dell'omicida anche una pistola calibro 9 per 21, due spade giapponesi, due machete, una valigetta piena di cartucce calibro 12 e una serie impressionante di pugnali. Tutte armi detenute legalmente, in quanto Perini ha il patentino da cacciatore.