Libro di San Siro, Mino Milani torna al noir
PAVIA.Nella città dei primi dell'Ottocento le cronache riferiscono di alcuni strani omicidi: due giovane donne sgozzate e dissanguate in piazza Cavagneria, una terza aggredita. La città trema; le autorità sono sgomente; la polizia indaga. Intorno a questo inquietante rendiconto, Mino Milani ha costruito la trama de «Il vampiro» ora in libreria come Libro di San Siro in un volume che comprende anche «La ricamatrice» (edizioni Effigie). Chi sono questi demoni? Da dove provengono? Milani lo fa dire a don Cataprani: sono «esseri defunti, la cui morte è stata trasformata in apparente, a notte s'alzano dalla tomba, aggrediscono i dormienti, in particolare i giovani, e tra questi i meno forti, quindi le giovinette, suggendo loro il sangue con denti che il maligno ha reso acuminatissimi. Da quel sangue essi traggono la forza di continuare a vivere, se cosi possiamo dire». Vampiri notturni, come li raccontano nell'Europa centrale e del nord. Con questi due racconti - che verranno presentati oggi alle 17.30 in Santa Maria Gualtieri nel corso di una conversazione fra l'autore, la scrittrice Elena Soprano, il vicesindaco di Pavia Ettore Filippi e Giuseppe Polimeni (Università di Pavia) e Giovanni Giovannetti, editore e fotografo - le edizioni Effigie iniziano la ristampa della serie del commissario Melchiorre Ferrari. Quando i libri uscirono per la prima volta negli anni Ottanta, stampati da Ponzio e con una distribuzione esclusivamente locale, aprirono la strada a quel noir storico che oggi ha preso piede anche in Italia. Interamente riscritti, i noir di Mino Milani rivisitano alcuni miti della tradizione popolare: il lupo mannaro ne «La cagna del ponte» (Effigie, 2005), Dracula ne «Il vampiro» (Effigie, 2006), Frankestein ne «Il muto» (di prossima pubblicazione), che si riallacciano alla grande tradizione del romanzo gotico ottocentesco e, per Melchiorre Ferrari, a Marlowe, il detective solitario di Raymond Chandler. Storico appassionato, cultore di Garibaldi e del Risorgimento, Milani integra qui l'accurato affresco della Pavia di metà Ottocento sotto il dominio austriaco con l'irriducibile curiosità «romantica» per i battitori solitari, di cui lo stesso commissario Ferrari, ma anche la Marescialla e Ofelia, sono esemplari a tutto tondo. Senza nessun compiacimento e, anzi, in un linguaggio asciutto, che gli viene dagli amatissimi Conrad e London, Milani spinge con risoluta discrezione il commissario Ferrari sulla scena del crimine. Nel «Vampiro», intrecciando la cronaca al mito transilvano, ricompone i probabili retroscena dell'esecuzione di un militare austriaco avvenuta a Pavia in tempo di pace. Nella «Ricamatrice», invece, il commissario Ferrari indaga sulla morte per tetano del vecchio colonnello Fraschetti - una figura bizzarra, prigioniero del mito napoleonico dopo la caduta dell'imperatore - e di sua sorella Amalia. Partendo da documenti dell'epoca interpretati con la consueta acribia, Milani descriva la vita quotidiana nella Pavia di quei tempi e la popola di gente viva.