A Pavia i pionieri del writing Intanto prosegue il sondaggio
PAVIA.Sconto dell'Ici ai proprietari di immobili costretti a sostenere spese di pulizia dei muri dai graffiti. I lettori possono continuare a esprimere la loro opinione sulla proposta tramite il sondaggio via sms lanciato dal nostro giornale. Vincono, per il momento, i favorevoli. La maggioranza dei cittadini si schiera infatti a favore dell'ipotesi. Ma c'è anche chi si schiera dalla parte di questa contestata forma di arte.
Quella del writing è una vera e propria sottocultura, con fior di riviste a documentarla e festival jam ad aggregarla. I pionieri compaiono alla fine degli anni '60 a Philadelphia e New York, città perfette, grigie e piene di cemento. Sono le gang latinoamericane a cominciare: firmare i muri è come marcare il territorio. Perché i writers non disegnano murales coi pennelli e i pastelli a cera, non scrivono frasi (lo scribling), ma taggano, lasciano la loro firma con la bomboletta spray: si chiama aerosol writing, più comunemente detto graffito. Se i murales, per tradizione ispanici e irlandesi, hanno una chiara missione sociale e politica, le tag altro non sono che esercizio di stile, pura ricerca formale svuotata di qualsiasi contenuto. In Italia i writer fanno il loro ingresso alla fine degli anni '80, a Pavia bisogna aspettare i '90. «A parte qualche timido tentativo, siamo stati noi i primi», spiega un ragazzo pavese, 28enne, una laurea e un lavoro di tutto rispetto. «Era il '95 - prosegue - facevo il liceo e amici di Milano mi regalano un libro, 'Spraycan Art", una raccolta dei migliori graffiti americani, con tanto di testi esplicativi. E' iniziato cosi, studiando i writer statunitensi e i loro pezzi, bigiando la scuola per andare a vedere i muri. Per me, per gli altri che erano con me si trattava di veri e propri viaggi culturali. Abbiamo fondato la prima crew pavese, un gruppo di persone che tagga sotto lo stesso nome e spinge la ricerca stilistica nella medesima direzione». Non è denuncia sociale, ma è il bello di disegnare lettere. E' una battaglia interna alle crew, a colpi di stile: rendere il pezzo complesso e inconfondibile, inventare un linguaggio sempre più criptico. Esiste perfino un codice etico. «Mai coprire le altre tag - continua -. Se lo fai è per correggere, per spiegare a quel writer che deve migliorare. Puoi anche scrivere a fianco un complimento, nel caso il pezzo sia davvero valido. Ovvio, non tutti possiedono una morale, c'è chi riflette prima, e chi invece se ne frega. Io, per esempio, non ho mai taggato sui muri dei palazzi storici o delle chiese. Preferivo i treni, perché girano e sono più visibili».
Lui è un po' che non tagga più. «Era molto impegnativo - racconta -. Stare in piedi tutta la notte, scappare dalla polizia, aspettare ore e ore i treni per fotografarli. E' ovvio che il 90% siano adolescenti e universitari, hanno più tempo e amano il rischio. Il writing nasce con l'obbiettivo estetico. Farsi notare, scegliere uno spazio ben visibile. Il graffito è una pratica illegale, e deve rimanere tale per sopravvivere. Certo, avere a disposizione luoghi dall'amministrazione ne migliorerebbe la qualità, ma potrebbe anche segnarne la morte o trasformarlo in business. Non credo che il writing sia un vero problema sociale, non incita alla violenza. E poi, più reprimi, più spingi all'azione. Cancellare le scritte è inutile, produrrebbe una reazione a catena. Quando su un muro c'è una bella tag, nessuno osa pasticciarla, ma se la copri, è come un foglio bianco, un invito a nozze».
Chiara Argenteri