Il carisma potente di Mario Melazzini
Se sentite serenamente affermare da una persona questa frase «io sono un uomo fortunato» e a pronunciarla è un uomo seduto su una sedia a rotelle con una grave ed evidente invalidità, un malato di sclerosi laterale amiotrofica che si esprime in un silenzio assoluto, davanti alle gradinate gremite di un palazzetto dello sport, con l'attenzione e l'ammirazione che si esalta all'estremo è probabile ed evidente che i fortunati siate voi, perché state ascoltando e conoscendo un grande... il dott. Mario Melazzini.
Il carisma e la capacità di comunicare sono uniche, ciò che dice è un concentrato di valori difficilmente riassumibile, ma ti lascia un profondo segno, che non scorderai, ed è per questo che dai bambini ai nonni, nessuno si perde una virgola.
Ritornando alla frase, il dott. Melazzini completa il senso, aggiungendo: «Molti malati come me non possono più parlare ed esprimersi, io invece si». Il breve ma intenso discorso si chiude con la gente che si alza in piedi e si impegna in un lungo, lunghissimo, convinto e interminabile applauso che non finisce mai. Sono certa che ognuno delle persone presenti quella sera è tornata a casa più ricca e fortunata di prima.
Questa è la fotografia, un semplice flash che una serata indimenticabile, organizzata dalla associazione sportiva dilettantistica Team Volley, per la raccolta di fondi a favore dell'Aisla (Associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica) e che riechegga nei mie pensieri, con ospite il dott. Mario Melazzini, ex medico di fabbrica presso la raffineria di Sannazzaro, collaboratore con la clinica La Cittadella di Pieve del Cairo, medico presso la fondazione Maugeri e oggi impegnato nella ricerca per alleviare le sofferenze, le difficoltà e i disagi degli ammalati di questa sindrome. Voglio chiudere queste poche righe con una serie di ringraziamenti: grazie alla pallavolo, grazie all'associazione sportiva Team Volley, grazie all'amministrazione comunale di Sannazzaro, grazie a tutti quelli che hanno partecipato all'organizzazione, grazie alla gente intervenuta ma soprattutto grazie, dott. Mario Melazzini.
Roberta CigaliniCapitano Team Volley Eurotarget, a nome delle compagne di squadra
Pluralità spirituale
in casa valdese
Cattolici e valdesi: non confronto ma incontro.
Concordo con Sauro Razzano quando, nella sua lettera sulla La Provincia pavese del 3 giugno afferma che dopo Lutero scoppiò un contagio. Infatti, da quel momento, l'Europa e il mondo non furono più gli stessi.
Fu ottenuto, per la prima volta nella storia, il diritto di testimoniare la propria fede nonostante le ingiunzioni autoritarie del potere politico-religioso. In pochi secoli, proprio come per effetto di un contagio, si giunse all'affermazione del principio della libertà di coscienza e di credo, sancito dalle Costituzioni di tutte le nazioni democratiche.
A mio modesto avviso, però, l'amico Razzano sbaglia quando afferma che furono i riformatori, o i loro discepoli come egli li definisce, a compiere scismi nella chiesa occidentale. Innanzitutto perché i credenti protestanti di ogni epoca rifiuterebbero di essere definiti discepoli di qualcuno che non sia Gesù Cristo, dato che questo è il nocciolo della coscienza evangelica; poi perché né Lutero né altri volevano creare chiese separate ma porre il problema della riforma di tutta la chiesa. E' stata la risposta cieca e violenta a questa istanza a determinare il corso della storia.
I protestanti non sono molto preoccupati di ciò che angoscia Razzano, cioè la proliferazione di quelle che chiamano denominazioni, ossia le varie organizzazioni che coordinano le comunità di base. Al limite si pongono qualche problema organizzativo per favorire il reciproco ascolto e la messa in comune delle proprie risorse al fine di irrobustire la testimonianza e di soccorrere meglio i bisognosi. La pluralità sta scritta già nel Nuovo Testamento, dove è possibile cogliere un ricchissimo dibattito fra le chiese fondate da Paolo e quelle più collegate alla tradizione giudaica, oppure dove è possibile nutrirsi della teologia giovannea, cosi diversa da quella dei Vangeli sinottici ma che la completa in modo splendido. La profondità e la ricchezza neotestamentarie, ammirevolmente fissate nel canone, non sarebbero state possibili senza la pluralità, pur nella fratellanza in Cristo, dei primi cristiani. Il grande problema che nei secoli ha gravemente compromesso la fedeltà dei cristiani al Signore fu piuttosto la loro commistione con le pratiche del potere e con l'accumulo delle ricchezze. I poverelli di Lione, come si chiamavano i valdesi in tempo medievale, chiedevano semplicemente di leggere e predicare l'Evangelo in modo diretto e in lingua comprensibile al popolo: ciò fu ritenuto inaccettabile. Quando iniziarono le atroci persecuzioni, essi si ritirarono nelle valli alpine che ancora portano il loro nome e diedero inizio a un'epopea non gloriosa, perché la gloria spetta solo a Dio, ma certo commovente e affascinante. Per secoli i grandi d'Europa si interessarono alle loro sorti, chi per proteggerli, chi per distruggerli, ma essi confidarono solo nella loro fede e alla fine, senza mai rinnegarla, raggiunsero la libertà di professarla in pubblico. La storia del valdismo medievale si saldò perfettamente con la Riforma protestante, tanto che Lutero affermò che gli evangelici erano tutti valdesi pur senza averlo mai saputo.
Oggi i valdesi in Italia costituiscono una piccola chiesa. Non vantano pretese di aver fatto riscoprire Gesù a nessuno per il semplice fatto che è il Signore a chiamare i suoi servi e di certo non ha bisogno di ambasciatori. Ai fratelli cattolici chiedono di essere riconosciuti per quello che sono, cioè una chiesa cristiana inserita nel vasto movimento ecumenico mondiale che progredirà nella direzione dell'unità non se una o più chiese imporranno il loro modello alle altre ma solo se tutte comprenderanno davvero cosa significa che il Signore è dovunque due o tre persone si radunano nel suo nome.
Ignazio Di LeccePavia
Giussago, un festival
dell'Unità fuori tempo
L'art. 8 della norma che disciplina la propaganda elettorale riporta cosi: «Nel giorno precedente ed in quelli stabiliti per le elezioni sono vietati comizi, le riunioni di propaganda elettorale diretta e indiretta in luoghi pubblici o aperti al pubblico...», l'ufficio elettorale della Prefettura facendo riferimento a questa legge ha posto il veto per la Festa dell'Unità a Frascarolo.
Pertanto pur credendo nella libertà di pensiero, espressione e parola ci è parso di cattivo gusto e fuori luogo lo svolgimento della Festa dell'Unità a Giussago nei giorni delle consultazioni elettorali per il rinnovo del consiglio provinciale con l'esposizione di bandiere di chiaro indirizzo politico poste in luoghi di forte passaggio.
Queste bandiere, sono state poi frettolosamente rimosse durante la giornata di domenica (perchè illegali?) Chi ha dato l'autorizzazione non dovrebbe conoscere la legge?
Volendo restare al di fuori da ogni discussione polemica, che per attitudine e carattere non ci appartiene, con questo messaggio vogliamo essere portavoce, di chi come noi, delle ideologie evocate da quelle bandiere non si sente rappresentato e anzi si sente condizionato «forzatamente» nelle proprie scelte.
I consiglieri di minoranza Comune di Giussago
I ministri di Prodi
stanno già esagerando
In questo avvio di legislatura, ho l'impressione che una certa mania di protagonismo stia contagiando i ministri del Governo Prodi, specie su materie eticamente sensibili.
Cominciamo dall'inizio. Appena approdata al dicastero della Salute, Livia Turco spiega di essere favorevole alla pillola abortiva Ru 486 «come metodica alternativa e sicura per la salute della donna», ed afferma di voler esaminare anche la questione della pillola del giorno dopo. Poi, il 21 maggio, sul Corsera, il ministro per la Famiglia, Rosy Bindi, dichiara che la legge sulla fecondazione va affidata al Parlamento. Sbaglia sia chi dice che non va toccata, sia chi dice che va stravolta» e apre alla regolarizzazione delle unioni civili. Come se già non bastasse, il 30 maggio il ministro dell'Università e ricerca, Fabio Mussi, ritira l'appoggio dell'Italia alla «Dichiarazione etica» che esprime una posizione contraria alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, e si augura il cambiamento della legge italiana in materia.
I temi sul tappeto sono tanti, e sarebbe impossibile in questa sede intervenire su tutti. Mi limiterò pertanto a qualche pensiero sulle cellule staminali.
Scientificamente e laicamente parlando, l'embrione è un essere umano a tutti gli effetti: è un individuo frutto dell'unione dei gameti maschile e femminile, che non può essere confuso con nessuna delle due cellule singole che l'hanno generato. L'essere umano da qui scaturito è protagonista di un continuum evolutivo, come dimostra anche lo scarsissimo successo avuto dall'ipotesi del pre - embrione. E' perciò profondamente immorale prelevare cellule da un essere umano (l'embrione), provocandone la morte, con l'intento di curarne un altro. Si aggiunga che questo tipo di ricerca non è solo eticamente discutibile, ma è anche improduttivo, se si pensa che in circa trent'anni non ha fornito un solo protocollo medico utile, e ha avanzato anzi il sospetto che l'uso delle staminali embrionali possa dar luogo a sviluppi tumorali. Non si capisce dunque perchè bisognerebbe continuare a sostenere questi studi: bene ha fatto la normativa italiana a metterli fuori legge e bene farebbe il ministro Mussi ad adeguarvisi anche in sede europea.
Concludo notando che qualcuno sembra avere troppo fretta di modificare una legge che vige da appena due anni e che meriterebbe di essere adeguatamente sperimentata. Ricordo inoltre che meno di un anno fa essa è stata oggetto di quattro referenda abrogativi che hanno sancito la netta sconfitta del fronte del Si: non mi piace ricorrere alla tirannia dei numeri, ma chi dice di voler interpretare la volontà popolare dovrebbe dimostrare maggiore sensibilità democratica nei confronti del 75 % degli elettori.
Emanuel Ernesto BernardiVillanova d'Ardenghi
Pavia, una lapide
ormai illeggibile
Il 24 settembre 1999 scrissi diffusamente di Achille Bizzoni e lamentai che la lapide di piazza d'Italia a lui dedicata quasi non si leggeva più per la polvere depositata sulle lettere incise. Sperai inutilmente che provvedesse l'Assessorato comunale alla Cultura e ai Monumenti. Ora la lapide è proprio illeggibile ma non mi perdo d'animo perchè torno a sperare che l'amministazione comunale di Pavia provveda a ravvivare la lapide deposta allora essendo sindaco di Pavia l'avv. Giovanni Vidari.
Mi permetto di riportare qui quanto è scritto del personaggio in parola sulla recente Enciclopedia della letteratura Garzanti: «Bizzoni Achille scrittore italiano. Garibaldino, nelle impressioni di un volontario dell'esercito dei Vosgi (1874) lasciò una delle rare testimonianze sulla campagna di Garibaldi in Francia. Brillante giornalista, diresse «Il Gazzettino Rosa» (1868-1873) e altri periodici di orientamento democratico - radicale. Nel romanzo L'Onorevole (1985) tracciò un quadro polemico della vita parlamentare italiana, attaccando alcuni uomini politici che erano stati implicati nello scandalo della Banca Romana».
Ma la vita eroica di Achille Bizzoni è magistralmente riassunta, come dissi anni fa, nella lapide di P.zza d'Italia la cui epigrafe fu dettata dall'Onorevole Carlo Romussi, radicale: «Il 5 maggio 1841 / In questa casa nacque / Achille Bizzoni / In lui rivissero / Le leggende cavalleresche nell'animo gentile / Negli entusiasmi del vero e del giusto / Scrittore e soldato / Combattè per la libertà dei popoli / In Italia e in Francia / In tempi d'eroismi fruttuosi / Gli amici ricordano / Chi tutto sacrificò agli ideali. Pavia, 2 gennaio 1907».
Achille Bizzoni mori a Milano il 20 settembre 1904.
Giovanni CavallottiPavia