Woody Allen e i tanti possibili destini di Melinda

PAVIA.Stavolta, in 'Melinda e Melinda" (oggi, ore 21.45, all'Istituto musicale Vittadini per 'Cinema sotto le stelle"), Woody Allen si defila di scena, restando solo in regia ad orchestrare temi e toni, dove si respira ancora quel suo caratteristico spazio poetico e musical-jazz, quella rassicurante placenta di quartieri preferiti dentro e attorno a Manhattan con dolcezza e dovere di vivere al di là dell'angoscia esistenziale tra ristorantini, caffè, gallerie d'arte. E vi si riscontrano ancora quei personaggi d'intellighenzia borghese che vi si smistano, incontrandosi, perdendosi, ritrovandosi, chiacchierandosi addosso con il piacere di impennarsi delle proprie acutezze spiritose ad esorcismo di malesseri e paure e stordendosi con gli stessi, involuti o diafani e slabbrati, discorsi di sempre, il sesso, l'amore, la morte, nel gioco tutto cechoviano di 'vedere comico e sentire tragico".
Come, mentre fuori scroscia la pioggia, avviene attorno al tavolo di un bistrot tra due commediografi newyorkesi che nel rimpallo di aforismi, giudizi sulla condizione umana e la funzione dell'arte, si lasciano interrompere da un piccolo aneddoto su una certa Melinda, donna passionale, raffinata ed emancipata, ma insicura e nevrotica, divorziata ed in fuga forse dopo aver accidentalmente ucciso l'amante, sfatta d'alcol e di droga.
Un po' per sfida, molto per intellettualistico gusto, i due finiscono per congetturane, con le rispettive immaginazioni partendo dallo stesso incipit romanzesco, il diverso destino, da commedia o da tragedia, a seconda del differente punto di vista. E le loro chiacchiere si traducono in un incastro frammentato di scene probabili o solo possibili, tra cenette e festicciole, balli e bevute. Alla sua 34esima regia, Allen non cambia né andatura né traiettoria. Il suo cinema è statico, ma frizzante: stesse locations, stessi girotondi imprevedibili, stessi argomenti, stesse battute burlesche da dramma metafisico, stessa pacata rassegnazione di artista vulnerabile e nevrotico che solo la catarsi dell'immaginario riesce a surrogare al di qua della disperazione e dell'addio. Niente di nuovo, se pur con toni più incattiviti e insieme più stanchi, rancorosi e duri nel contrasto tra ragione e sentimento, ma sempre di classe. Con una bravissima Radha Mitchell nel doppio ruolo e, a seconda della parte, viso ora sofferto e ora disteso. Attorno a lei alcuni volti veramente azzeccati: Will Ferrell, Stephanie Roth Haberle, Chloë Sevigny. (f. cor.)