Rwanda '94: al festival MilanOltre la storia di un genocidio
MILANO.«Non sono un'attrice". Yolande Mukagasana comincia cosi il racconto del massacro della sua famiglia (marito, tre figlioletti e il fratello) in Rwanda nel 1994, testimonianza di un genocidio di un milione di persone in tre mesi su cui l'Occidente ha gettato un velo di indifferenza. A ricordare la violenza e l'insensatezza dei massacri, di quella descritta banalmente come una guerra civile fra etnie, i tutsi e gli hutu, ecco 'Rwanda 94", in programma domani (ore 17.30) e domenica (ore 15) al Teatro Strehler per il festival MilanOltre. Lo spettacolo realizzato dal gruppo belga Groupov (direzione e regia di Jacques Delcuvellière) rievoca, attraverso dialoghi, musica, immagini e impianto brechtiano, quelle migliaia e migliaia di morti, spesso padri contro figli, mariti contro mogli. Alla testimonianza-monologo di Yolande Mukagasana segue l'interpretazione da parte del musicista Jean-Marie Muyango di una composizione del 1966 scritta da Twahirwa Ladislas che parla dei pogrom del 1959, un canto che con il successivo 'Coro dei morti" (cinque vittime, uomini e donne, del massacro dei tutsi) forma un unico momento in cui l'orchestra si unisce alla voce di Muyango che riprende il canto ad libitum, mentre i Morti invadono la sala e si rivolgono al pubblico raccontando il loro orrore. Quindi il grande muro di terra rossa del Rwanda, unico elemento scenografico, si apre e svela uno schermo dove appaiono trasmissioni televisive da tutto il mondo, 'disturbate" dall'apparire, in ogni sequenza, dall'apparire di un viso di uomo, di donna, di bambino africano. E' un reportage tv speciale, 'Mwaramutse 1995", animato dalla giornalista-vedette Bee Bee Bee e dal suo assistente Paolo Dos Santos. Lo spettacolo, la cui durata complessiva è di sei ore (in lingua francese con traduzione sottotitolata), continua dopo una lunga serie di momenti - 'La litanie des Questions" ('La litania delle domande"), 'Ubwoko", 'La Cantata di Bisesero" - fino all'Epilogo, esempio di un teatro civile che diventa una veglia laica, un «tentativo di riparazione simbolica verso i morti, a uso dei viventi».