Tripoli, via gli italiani Renzi: «Nervi saldi»

di Annalisa D'Aprile wROMA Mentre la Libia sta cadendo pezzo dopo pezzo nelle mani dello Stato islamico, che avanza inarrestabile verso l'Ovest del Paese puntando a conquistare, dopo Derna e Sirte, anche Misurata e Tripoli, gli italiani presenti nella capitale libica ieri sono stati evacuati e con loro anche lo staff della nostra ambasciata. La Farnesina ha precisato che non si è trattato di «un'evacuazione» ma di «un'operazione preannunciata di alleggerimento», visto che già dal primo febbraio il ministero aveva consigliato ai connazionali di lasciare la Libia. Di fatto, però, la chiusura dell'ambasciata e il rimpatrio di un centinaio di italiani - arrivati, scortati dalla Marina militare, ieri notte nel porto di Augusta e attesi, per oggi, a Roma - è arrivato all'indomani delle minacce del califfato al ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni. Colpevole di aver cambiato "verbo" dicendo «combattere» invece di «impegnarsi» contro il terrorismo, e per questo definito «ministro crociato». Ad aumentare la percezione di un Paese sull'orlo dell'esplosione, mentre fonti di Torbruk riferiscono che per le strade di Tripoli aumentano le bandiere nere dell'Is, le minacce che uomini armati a bordo di un barchino, a largo della Libia, hanno fatto a una vedetta della Guardia costiera impegnata nei soccorsi ai migranti. Un «allarmante salto di qualità» per il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi. Intanto, in Italia, cresce il dibattito politico su un nostro possibile intervento armato in Libia. Il premier Matteo Renzi, dopo esserci lanciato in un pressing sull'Onu dichiarando che il Paese è «pronto a guidare un'operazione militare», anche entro fine mese, ora rallenta. Anche il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, in un'intervista, ha confermato che «l'Italia è pronta a guidare una coalizione di paesi europei e dell'Africa del Nord» e che se in Afghanistan «abbiamo mandato 5mila uomini, in Libia la nostra missione può essere significativa e impegnativa, anche numericamente». Lo stesso Gentiloni ha precisato che il Paese «è pronto fare la sua parte» - sempre sotto l'egida dell'Onu, s'intende - annunciando poi che da giovedì 19 febbraio il «Parlamento discuterà» della situazione in Libia e del nostro «impegno». Ieri però, da Palazzo Chigi è arrivata una frenata all'insegna di un più cauto «riflettiamo», «serve prudenza». La possibilità di un intervento di terra ha fatto sobbalzare il capogruppo di Forza Italia, Renato Brunetta: «Renzi, Pinotti, Gentiloni, parlano senza avere il mandato del Parlamento. Sono pazzi». Ma a smentire questa linea ci pensa poco dopo il suo leader, Silvio Berlusconi che invece appoggia «con favore il governo» e che parla di una missione delle forze armate come di «un'opzione da prendere in seria considerazione, sebbene ultima risorsa». A opporsi a «qualsiasi intervento militare in Libia» è il Movimento 5 Stelle. «Ai ministri Pinotti e Gentiloni - dicono Alessandro Di Battista e Carlo Sibilia - suggeriamo di venire a riferire in Aula prima di assumere decisioni unilaterali e in violazione dei principi costituzionali». Secondo M5S pensare di «trovare una soluzione pacifica alla questione libica scandendo, come accaduto nel 2011, nuovi attacchi e mietendo migliaia di vittime innocenti, è una posizione che rasenta la follia». Per il segretario della Lega invece, l'Is va fermato: «Questi ci hanno dichiarato guerra - ha detto Matteo Salvini - se arrivano a ritenere pericoloso Gentiloni vuol dire che è gente pericolosa veramente e vanno bloccati sul nascere». Sel appoggia l'idea di una missione Onu, ma insiste sulla diplomazia. E il vicepresidente del Copasir, Giuseppe Esposito, spiega che «un intervento militare potrebbe portare a tragiche conseguenze come accaduto in Somalia». Ma il vero problema per l'ex premier Romano Prodi, secondo cui «tutte le grandi potenze hanno paura dell'Is», «è che nelle Nazioni Unite nessuna Potenza ha un ruolo catalizzatore, di guida». ©RIPRODUZIONE RISERVATA