DI TATTICA SI PUÒ MORIRE

di ANDREA SARUBBI Il 6 aprile dello scorso anno, in piena campagna elettorale per le Europee, Renato Brunetta era una furia: l'Italicum, trasmesso al Senato a metà marzo, giaceva da tre settimane nei cassetti della Commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama. Tre settimane, non tre mesi. Ma il capogruppo di Forza Italia alla Camera definiva già "insabbiata" la legge elettorale, e accusava Matteo Renzi di essere ostaggio della minoranza del partito. Analoga preoccupazione veniva manifestata per le sorti della riforma costituzionale: Palazzo Chigi aveva approvato il disegno di legge lunedì 31 marzo, e 6 giorni dopo non era stato ancora presentato al Senato. Se c'era qualcuno che aveva fretta, insomma, quello era proprio il partito di Berlusconi. Che non a caso, con regolarità quotidiana, ricordava quanto fossero determinanti i propri voti: teneva il conto dei dissidenti nel Pd, ne registrava le dichiarazioni, faceva notare che senza l'apporto dei deputati forzisti l'Italicum non avrebbe mai avuto il via libera di Montecitorio. «Per chiarezza, per verità storica, per trasparenza - chiosava l'ex ministro - vediamo chi bara. Voglio proprio vedere la loro riforma del Senato senza Forza Italia, voglio proprio vedere il via libera definitivo all'Italicum senza i nostri voti, già decisivi per l'approvazione della legge elettorale alla Camera». A forza di esprimere un desiderio, però, c'è il rischio che si realizzi davvero. E quello di Brunetta, un anno dopo, potrebbe prendere corpo: un pacchetto di riforme istituzionali approvato senza i voti di Forza Italia, sostituiti da parlamentari di varia provenienza. Peccato che, nel frattempo, i berlusconiani abbiano cambiato idea: da ieri, con le dimissioni di Sisto da relatore, sono ufficialmente all'opposizione. E faranno di tutto - ancora Brunetta, testuale, dieci mesi dopo le precedenti dichiarazioni - «per rallentare questo percorso verso il disastro». In nome della tattica? Macché: «In nome di una scelta morale di convinzione e responsabilità politica». A guardarla da fuori, la vicenda sembrerebbe comica. Ci sono due partiti - i più grandi dei rispettivi schieramenti, a meno che il sorpasso della Lega a Forza Italia non si stabilizzi - che si sono accordati su un testo scritto a quattro mani: così su misura per se stessi, in alcuni punti, da far insorgere anche Alfano, che a fatica (tra l'altro solo al Senato, dove i numeri di Renzi sono più a rischio) è riuscito a far cambiare qualche dettaglio dell'Italicum. Per questo accordo, Pd e Forza Italia hanno litigato con tutti: il Pd a sinistra, Forza Italia a destra, entrambi al centro. Ma oggi - dopo, cioè, che Renzi ha fatto eleggere Mattarella senza coinvolgere pubblicamente Berlusconi nella scelta - salta tutto, e quelle riforme che prima si facevano «con sacrificio, nel nome dell'Italia» diventano improvvisamente una schifezza, una iattura. Intendiamoci, non è solo una questione di Forza Italia. Perché il discorso opposto vale per quei parlamentari che, fino a ieri, definivano l'Italicum e la riforma del Senato due passi verso l'autoritarismo, e che nelle prossime settimane probabilmente li voteranno convinti: ora che Berlusconi non le condivide più, infatti, le riforme figlie del Nazareno sono diventate buone e giuste. Avranno qualcosa in cambio? Può darsi. Ma l'impressione è che lo farebbero lo stesso, perché politicamente oggi conviene. Per motivi di tattica, appunto, che sempre più nel panorama italiano stanno sostituendo il merito delle questioni. E che, sia chiaro, muovono spesso anche le mosse del Pd. Hanno capito in pochi, tra gli stessi parlamentari democratici, quale sia il ruolo di Alfano nel futuro prossimo: un giorno passa per matto, il giorno dopo viene convocato a Palazzo Chigi per appurare che i problemi interni al suo partito non siano irrisolvibili. E in pochi escluderebbero che, soprattutto al Senato, il governo possa tenersi in piedi grazie a un manipolo di neo-Responsabili: nella scorsa legislatura li chiamavano i Disponibili, ora no perché non fa più ridere. Attenzione, però, perché «di tattica si muore»: così, almeno, disse Renzi a D'Alema nel 2011, quando faceva un altro mestiere. ©RIPRODUZIONE RISERVATA