La Sardegna non è immune dal virus della criminalità mafiosa

Difficile non scorgere una correlazione tra i risultati dello studio sulla criminalità in Sardegna, diffusi dal dipartimento di Scienze politiche dell'Università di Sassari e gli esiti dell'indagine denominata "Mafia capitale" che ha svelato l'intreccio esistente a Roma tra politica e criminalità organizzata. I ricercatori dell'équipe, coordinati dalla professoressa Antonietta Mazzette, non dubitano dell'esistenza di una vocazione imprenditoriale della mafia nella nostra isola e l'indagine romana sta a testimoniare come tale capacità di infiltrazione sia in grado, non solo di alterare i normali processi di sviluppo di un territorio, ma addirittura di soggiogare un'intera classe politica, consegnando al crimine organizzato le chiavi delle stesse Istituzioni. All'analisi sociologica va il merito di aver colto la circostanza rivelatrice dei numerosi beni sequestrati alle cosche malavitose da parte delle Procure di Cagliari e Tempio Pausania, impegnate nella repressione del riciclaggio di denaro di illecita provenienza nel settore turistico. Ma lo studio ha anche il pregio di aver sfatato il luogo comune che voleva i sardi "geneticamente" immuni dal virus della criminalità mafiosa. Un assioma formatosi sulla scorta di una teoria storico-antropologica che solo qualche anno fa veniva convalidata anche dall'ex vice presidente della Commissione parlamentare sulla mafia, Pino Arlacchi. Nel suo libro "Perché non c'è la mafia in Sardegna", Arlacchi constatava l'assenza nell'isola di una cultura mafiosa e ne rinveniva le ragioni nell'ancestrale senso dell'onore e dell'autogiustizia dei suoi abitanti, che mai delegherebbero la cura dei propri interessi a un potere che si presenta con le caratteristiche della sopraffazione. Oggi scopriamo invece che la spiegazione del fenomeno è molto meno romantica, tanto da sembrare banale. Al di là di qualche sporadico connubio legato all'ambiente degli stupefacenti, le cosche non erano finora approdate in Sardegna per la semplice ragione che non ritenevano attraente la sua economia, rispetto ai mercati del centronord. Questo quadro è tuttavia cambiato nel corso degli ultimi anni e l'isola sembra ora possedere tutte le condizioni per diventare la sede ideale per il reimpiego di denaro sporco. C'è infatti un ceto politico regionale debole, incapace di risolvere la cosiddetta "questione morale" e di bandire dalle Istituzioni gli indagati e i condannati. C'è un vasto territorio, inquinato per 445mila ettari, privo di un aggiornato piano industriale ed energetico e perciò esposto al pericolo di speculazioni nel settore delle energie rinnovabili e delle biomasse. Ed, infine, una crisi economica che nell'isola tocca numeri da record facilitando l'ingresso di capitali mafiosi nel tessuto imprenditoriale locale. Tre situazioni di emergenza sociale che rendono inderogabile la risoluzione del problema della legalità e della trasparenza nella gestione della cosa pubblica. Nell'assenza dunque di anticorpi sociali, le forze politiche isolane devono costruire un fronte comune e promuovere una cultura dell'onestà che rafforzi le istituzioni ed impedisca alla criminalità di assumere posizioni di dominio come è accaduto a Roma. L'autonomia speciale del nostro Statuto ci conferisce tutti i poteri per inaugurare una "primavera sarda" fatta di semplici ma significative riforme. Una stagione di cambiamento che passi anche attraverso il recupero delle nostre radici identitarie e degli antichi valori comunitari. Certo, ci vorrà una buona dose di coraggio a rendere più stringenti i requisiti morali di accesso alla funzione pubblica e altrettanta fermezza occorrerà per abolire gli odiosi vitalizi od orientare in senso meritocratico le nomine. Perché è evidente che non sarà la "balentia" ma l'educazione al rispetto delle regole il fattore strategico che terrà lontana la mafia dalle nostre terre.