Zona franca, a Roma sfila la protesta sarda

di Umberto Aime wINVIATO A ROMA Il colpo di mano è riuscito, a Cappellacci. Cinquecento li ha portati in piazza Montecitorio, per la Zona franca integrale, fiscale e popolare. Il presidente della Regione ce l'ha fatta a mettere assieme la manifestazione che voleva. C'erano i comitati: fedeli e appassionati all'idea, e a lui, che è stato sveglio e svelto a salire in groppa alla tigre saltata fuori dalla savana delle rivendicazioni, senza far troppa differenza fra quanto sarà possibile, i sei porti franchi da Cagliari in sù, e quello che l'Europa non vuole riconoscere alla Sardegna e neanche ad altri: lo status extradoganale, la benzina a poco prezzo e altri "beni d'impulso" liberi da Iva e accise . C'erano, a sorpresa, un centinaio di sindaci, non solo del Pdl ma anche del centrosinistra – Olbia, Porto Torres e La Maddalena, soprattutto del Sassarese e della Gallura – nonostante l'opposizione gli avesse giurato il sicuro e massiccio "gran rifiuto" degli amministratori delle bancate avversarie: almeno in sette o otto sono sbarcati lo stesso e si sono gettati nella mischia romana. C'erano i consiglieri regionali di maggioranza, un bel po' e da tutti gli otto collegi elettorali. Se era scontato che ci fosse il capogruppo del Pdl, l'instancabile Pietro Pittalis, fra i primi a levarsi la giacca per non disidratarsi nell'afa capitolina, o i "vivandieri" di sempre Renato Lai, Eugenio Murgioni, Antonello Peru, Angelo Stochino ed Edoardo Tocco, ha stupito lo sbarco del portavoce in aula dei Riformatori, Attilio Dedoni, unico partito alleato a schierarsi in prima fila, insieme all'Udc ma con un assessore, Sergio Milia. C'erano, in piazza 5 cinque assessori su 11: quattro del Pdl (Mariano Contu, Simona De Francisci, Nicola Rassu e Alessandra Zedda) e, come detto, uno del partito ormai un'esclusiva più di Giorgio Oppi che del bolognese trapiantato a Roma Pierferdinando Casini. Gli unici a non rispondere all'appello di Cappellacci sono stati i parlamentari sardi del centrodestra: Mauro Pili non poteva esserci, lui e il presidente sono fratellastri-coltelli, mentre gli altri (Cicu, Floris e Vella) sono stati giustificati così: «A Roma ci sono tutta la settimana, il lunedì sono casa e famiglia». Fatto l'appello, è stato questo l'esercito che il governatore ha messo in campo e quando nel piazzale di Palazzo Chigi è arrivato alle 11 in punto dopo una riunione volante della giunta, nella sede della Regione, in Via Lucullo, per deliberare la "pretesa autonomia fiscale", il gruppone gli ha tributato un'ovazione: applausi, cori, sventolio di bandiere, striscioni alle ringhiere, marcia dei "Dimonios" della Brigata Sassari, per quella delegazione in fascia bianca con i Quattro Mori stampati, indossata di traverso anche dal capo di gabinetto Ada Lai e da molti altri. Che si sono subito confusi fra i sindaci, che saltavano agli occhi per le fettucce tricolori, le magliette nere con scritta bianca dei Comitati, il bianco e i grigi di Maria Rosaria Randaccio e dell'avvocato Francesco Scifo, i due ideologi della "Free zone", Sardegna libera dalle imposte, che «aspettiamo da 60 anni e più, e ora non ci possono negare: è il popolo a volerla». Sullo sfondo, anche il bandierone candido dell'unico sindacato volato a Roma: la Federazione di quelli che si autoproclamano indipendenti, gli altri hanno detto un no secco e polemico a Cappellacci. Oppure le bandierine dei circoli degli emigrati sardi, con lo slogan «Governo, non azzannare la Nostra Madre Patria, o il lutto al braccio degli artigiani e commercianti del Sulcis per «i troppi suicidi, a domu, causa fallimenti, cartelle esattoriali e pignoramenti». Fino alla t-shirt più bella e fotografata dalle comitive straniere in vacanza, con questo messaggio rabbioso: «Sono orgoglioso di essere sardo, ma non mi sento italiano – con la chiosa a voce – è colpa di non so più quanti governi e parlamenti, forse amici, di sicuro nemici, a meno che non cambi qualcosa ora e fino a quando dura, l'eccezionale stagione delle "larghe intese", di Pd e Pdl abbracciati ma solo a Roma». E' in questa bolgia capitolina che, uno dopo l'altro, hanno impugnato il megafono Maria Rosaria Randaccio per dire ai sardi di «mettere da parte gli altri colori, e sposare il bianco della Zona franca. Ugo Cappellacci, che ritrovata la voce e soddisfatto dai numeri regalatigli da chi si è pagato di tasca il biglietto (pare 94 euro andata e ritorno in nave, 149 in areo) «pur di dimostrare che questa è una battaglia della Sardegna, che rivendica diritti e non elemosina dall'Europa e dall'Italia». Con il presidente che poi si è concesso una sciabolata, chissà il gusto che ha provato, sulla testa degli avversari: «Non preoccupiamoci di chi non c'è. Noi ci siamo e siamo qui in conto e per nome del Popolo sardo, che da oggi vorrei compatto e deciso nella lotta». I lottatori si sono fatti subito avanti e sono stati in gran parte sindaci. Gianni Giovannelli, Olbia: «Il mio Comune non poteva sconfessare la delibera votata all'unanimità, anche dal Pd, e in tempi non sospetti». Salvatore Arras di Burgos: «Dobbiamo farlo per i nostri figli, la Zona franca è l'eredità che a loro dobbiamo lasciare, altrimenti moriranno come mosche». Giuseppe Morghen di Sorso, Stefano Stochino di Elini e Davide Ferreli di Lanusei: «Letta, mettiti a studiare e capirai perché vogliamo essere padroni a casa nostra». Poi di nuovo Cappellacci, reduce da foto ricordo, tantissime, autografi su magliette, bandiere e berretti: «Il viceministro all'Economia, Luigi Casero, riceverà la nostra delegazione alle 18 e a quell'ora gli dimostreremo che grazie alla Zona franca e senza chiedere un soldo allo Stato, ma rinunciando a quanto ci è dovuto di Iva e altre imposte, la Sardegna può farcela. Ma ci serve il sostegno del governo, a Bruxelles non possiamo andare da soli, qualcuno deve coprirci le spalle e può farlo solo il governo». Così, al rintocco delle campane delle vicine chiese Gemelle, del Popolo e dei Miracoli, nomi evocativi, è cominciata la veglia per la Zona franca, e che «Dio illumini i politici», è stata la prima e unica preghiera dei cinquecento sui sanpietrini di Montecitorio.