Oggi di scena Ascanio Celestini e la sua «Pecora nera»

ASINARA.Il festival «Pensieri e parole» per celebrare il centocinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia ha voluto dare spazio ad autori cinematografici che si sono impegnati a raccontare il Paese con opere coraggiose, come il regista Mario Martone con il suo «Noi credevamo» (in programma nella serata finale, domani). E a chi lo ha fatto con la scrittura, come Giancarlo De Cataldo, che ha scelto di raccontare l'epica eroica di quei giorni nel suo «I traditori» (anche lui all'Asinara domani).
Fra chi ha descritto l'Italia di oggi, il festival ha dato un posto di riguardo a tre cineasti molto diversi: da un lato Antonio Capuano, ospite della prima serata del festival (il 25), che ha portato l'attenzione sul tema della reclusione - reale e metaforica - con «L'amore buio», una storia dura di scelte sbagliate e redenzioni nel microcosmo di due adolescenti napoletani. Dall'altro Ascanio Celestini, autore e interprete de «La pecora nera» (sarà all'Asinara oggi), che fra un sorriso e un pugno allo stomaco porta sul grande schermo lo spettacolo teatrale con lo stesso titolo.
La malattia mentale del protagonista, vissuta all'interno di un manicomio per 35 anni, segna l'esordio cinematografico di un artista che ha aperto una nuova strada alla narrazione impegnata, fortemente radicata nel mondo reale e altrettanto capace di intrecciare storie di vita. Reclusione, in qualche modo, è anche quella di chi vive lontano dalla propria famiglia, in un impegno profondamente diverso, spesso fatale. L'ha raccontato bene Aureliano Amadei in «20 sigarette» (è stato presentato all'Asinara ieri), che mette a nudo le ferite aperte dalla guerra in Afghanistan. Un esordio nel lungometraggio con la cronaca di chi ha vissuto in prima persona la strage di Nassirya del novembre 2003, senza retorica, con una fortissima testimonianza diretta.