Inaudi: «Recitare in costume facendo parlare la pancia»


Proviene dalla scuola di Strehler che l'ha voluta al Piccolo di Milano, ma ha fatto anche decine di film con i maggiori registi italiani e non si è negata neppure alla fiction televisiva. Francesca Inaudi, 33 anni, senese, sarà all'Asinara domani per presentare «Noi credevamo» di Martone, ambientato nel Risorgimento.
- E ora cosa sta facendo?
«Sto girando un film per la televisione per la regia di Anna Negri, per Rai Uno».
- Lei passa dal teatro, alla tv, al cinema con grande dimestichezza, ma avrà delle preferenze.
«Il cinema. Si il cinema concede tempi diversi, sia dal teatro che dalla televisione, quindi inevitabilmente ti permette di godere di più del tuo lavoro, nel senso che il tempo è più disteso».
- Pur essendo molto giovane, ha già fatto tutto. Non le sembra di correte troppo?
«Io ho 33 anni, non sono poi una ragazzina. Diciamo che ho avuto la fortuna di capire molto presto cosa volevo fare. Ho deciso che avrei voluto studiare per fare questo mestiere quando avevo 15 anni, quando ne ho avuti 18 e mezzo, sono stata presa alla scuola del Piccolo Teatro, la fortuna è stata quella di cominciare molto presto a fare questo lavoro».
- La regista che l'ha diretta in «Questioni di cuore», Francesca Archibugi, l'ha rimproverata proprio perché, quando lavorava con lei, era impegnata in altri quattro set. E' vero?
«Si, va be'. E' capitato: stavo girando la serie di 'Tutti pazzi per amore", stavo finendo alcune cose dell'ultima serie di 'Distretto di polizia", avevo due apparizioni nel film di Carlos Saura, e una in quello di Francesca Archibugi. Diciamo che è stato un periodo in cui il lavoro si è accavallato. Non è più successo».
- In tv per la serie «Distretto di polizia» è nei panni dell'ispettore Irene Valli, adesso ha fatto un film sul Rinascimento in costume, come si adatta, come si muove in panni cosi diversi?
«È come chiedere a un muratore come fa ad impastare la malta e a fare muri di tipo diverso; anche questo è un mestiere artigianale e quindi cambio il mio aspetto, cambio me stessa; cerco di lavorare anche sull'immagine. E questo in un Paese dove gli attori spesso tendono a rimare uguali a se stessi per non perdere occasioni di lavoro. Io rischio sicuramente di più, ma cosi è più interessante. Orson Welles diceva che qualunque personaggio sta dentro di noi, bisogna solo togliere quello che non serve. Io faccio cosi e a volte, attraverso i personaggi che interpreto, scopro parti di me che non sapevo di avere».
- Pare che sia stato proprio Strehler a volerla al Piccolo: cosa pensa l'abbia colpito di lei, il talento o la faccia?
«Immagino che abbia visto del talento, altrimenti non sarei qui, non avrei fatto questo mestiere. Io ritengo che questo non sia un mestiere democratico, penso che debba farlo solo chi i mezzi ce li ha, intendo i mezzi umani, espressivi e poi anche quelli tecnici. Quindi penso e credo che abbia visto il talento, sicuramente. Purtroppo non è qui per poterglielo chiedere, mi sarebbe piaciuto molto sapere cosa ha visto in me».
- Ce lo spiega come si fa a recitare in costume dentro quei corpetti cosi stretti?
«Si fa come qualunque altra cosa: ci si adatta. Il corpo è una macchina meravigliosa, si adatta a qualunque cosa».
- Anche a non respirare?
«No, non è vero, si respira in una maniera molto diversa, anzi per assurdo molto più profonda, più corretta, perché si respira con l'addome molto basso, quindi è un tipo di respirazione diversa, anche questo fa parte del personaggio. Quando fai un film in costume, prima hai tutto il costume meglio è».
- Lei ha lavorato con quasi tutti gli attori della nuova generazione italiana quale le piace di più?
«Non mi va di rispondere a questa domanda. Gli equilibri tra le persone, i rapporti sono talmente delicati...».
- Con quale regista vorrebbe lavorare?
«Io la odio questa domanda, perché non so mai come rispondere».
- Ne scelga uno.
«Non ce n'è uno. Io amo i film buoni non è che mi attacco all'idea di un regista perché è famoso. Ho amato molto il primo film di Kim Rossi Stuart come regista e quindi gli auguro di farne un secondo, mi piacerebbe moltissimo lavorare diretta da lui, perché lo trovo un uomo di una grandissima sensibilità, con un bell'occhio sul mondo, quindi sicuramente lui è una persona che mi piace».
- Non si può tirare indietro, deve rispondere: che ci fa un pitone a casa sua?
«Anche lei, nooo. Ci fa che è un animale molto particolare. Io ho tre cani, un pitone, un cavallo».
- Non è tanto normale però?
«Ma non è vero; voglio dire, la normalità chi la stabilisce?».
- Anche il suo appartamento.
«Ma io non sono normale, e sono fiera di non esserlo, non voglio essere normale, voglio essere diversa».

Giovanna Peru