«I diari di Giorgio Asproni sono la base del mio romanzo risorgimentale»

Giancarlo De Cataldo, magistrato e scrittore di successo, è uno degli ospiti della sesta edizione di «Pensieri e Parole», il festival dell'Asinara che comincia oggi. L'autore di «Romanzo criminale» presenterà domenica il suo ultimo lavoro, il libro sul Risorgimento «I traditori» (Einaudi, 584 pagine). Ma sarà sull'isola anche come sceneggiatore di «Noi credevamo» (che sarà proiettato nella stessa serata), il film di Mario Martone che racconta il periodo dell'Unità d'Italia. «Un lavoro lunghissimo - sottolinea subito De Cataldo - Anche perché finita la sceneggiatura sono cominciati i problemi di produzione. In qualunque altro paese al mondo i 150 anni dell'unità nazionale sarebbero stati celebrati con un fiorire di iniziative sostenute, aiutate. Qui sembra che il film lo abbiamo fatto contro l'unità d'Italia mentre è chiaramente a favore».
- E il romanzo quando l'ha scritto? Prima, durante o dopo il periodo dedicato alla sceneggiatura di «Noi credevamo»?
«Contemporaneamente e dopo. Nel senso che il primo germe è stato l'incontro con Mario. Quello mi ha fatto appassionare a questa stagione storica della quale abbiamo idee parziali, limitate, retoriche. E ho capito che era un meraviglioso terreno di avventura, che potevo raccontare tante altre cose oltre a quelle raccontate nel film».
- Come ha svolto il lavoro di documentazione storica. C'è qualche libro che l'ha colpita particolarmente?
«È stato un lavoro a catena. Sono partito con Mario per il film da 'Noi credevamo" di Anna Banti. Poi quando ho cominciato a stringere il lavoro sul romanzo sono partito da Mazzini e leggendo un paio di biografie, anche d'epoca, mi sono imbattuto in altre cose interessanti. Per esempio per me è stato fondamentale leggere i Diari di Giorgio Asproni che mi sono arrivati tra le mani con una vicenda singolare che è legata alla Sardegna».
- A questo punto siamo curiosi.
«Leggendo lo storico Mack Smith ho scoperto questi Diari. Erano stati pubblicati da Giuffrè negli anni Settanta, ma era difficile procurarseli. Una sera vado a cena da un mio collega magistrato di origini sarde, Guglielmo Muntoni, e vedo il ritratto di un gentiluomo con l'aria piuttosto austera e grifagna. Gli chiedo incuriosito: 'Ma chi è quello?". E lui mi risponde: 'Il mio trisavolo Giorgio Asproni". Cosi ho messo le mani finalmente su questi Diari e dopo, facendo alcuni studi sulla mia famiglia, ho anche scoperto di avere un antenato che si dice venuto in Puglia dalla Sardegna!».
- E tra i personaggi principali del suo libro c'è anche un sardo.
«Si, Terra di Nessuno. E devo dire ha qualche tratto di Asproni che era un prete spretato, massone, intransigente, rivoluzionario. Alcuni passaggi del mio libro, aneddoti che racconto, sono presi proprio dai suoi Diari».
- Qual è il suo ruolo nel romanzo?
«È l'unica persona che non tradisce e allo stesso tempo cambia. Nel senso che approda a un'evoluzione dell'idea di patria. Lui parte con una vendetta di famiglia. Diventa un patriota combattente, sempre con quello spirito antagonistico rispetto allo Stato. Poi uomo delle istituzioni prima di ritirarsi disgustato. E infine dal nazionalismo approda al socialismo. E mi è venuto spontaneo associare questa caratteristica di durezza, di rispetto della parola data, d'incapacità di tradire, di lealtà portata all'estremo, a un sardo».
- Tra i personaggi storici, quello su cui si sofferma di più è forse Mazzini. Perché?
«C'è stato un vero e proprio innamoramento per questo personaggio che è stato dipinto come il più loffio dei patrioti. A suo tempo è stato considerato il più pericoloso terrorista occidentale. Era il nemico pubblico numero uno di tutte le polizie. Un leggendario animatore di imprese rivoluzionarie che a volte prevedevamo l'uso della violenza estrema. Nello stesso tempo, però, quando ebbe la possibilità di governare, per una breve periodo nella Repubblica romana, fu un legislatore molto mite, democratico, estremamente laico. Lui che era un uomo profondamente religioso. E mi è sembrato rispondesse al tipo di rivoluzionario perfetto con le sue luci e le sue ombre, le sue ambiguità, la capacità di mandare a morte gli altri ma anche poi di commuoversi, intenerisi per le singole vite. Un personaggio che ci è stato raccontato in modo distorto, superficiale, ma che incarna uno degli aspetti del carattere italiano tra i più nobili: la determinazione, la forza e anche la passionalità spinta all'estremo».
- Insomma il Risorgimento è diverso da come viene presentato normalmente a scuola?
«Ci è stato raccontato in modo parziale, diluito nel tempo. Per cui alla fine ci è mancato un quadro completo, la capacità di appropriarci e rivendicare anche i lati meno nobili. Non fu tutta una storia di eroismo. Fu anche una storia di tradimenti. Ma se tu li nascondi, prima o poi ti stanchi della retorica, della nobiltà pura e poi finisci, come è successo negli ultimi anni, a dire che il Risorgimento era una bufala, una truffa, un imbroglio, un'occupazione militare».
- E a lei cosa fa pensare?
«A me viene in mente la passione e la giovane età dei protagonisti del Risorgimento. Quindi una grande spallata a un ordine vecchio. Anche se non ha prodotto i risultati che doveva produrre perché l'ordine vecchio ha saputo insinuarsi nelle pieghe della rivoluzione e giocarla, beffarla, tradirla in qualche modo».
- Riflettere oggi sul Risorgimento, dunque, cosa ci può insegnare?
«Direi che ripensare al Risorgimento ci riporta ai problemi fondamentali che c'erano anche allora: la divisione tra Nord e Sud e la presenza della criminalità organizzata. Alla nostra incapacità di batterli, superarli in tutti questi anni e al dovere che abbiamo di affrontarli una volta per tutte fuori da ogni retorica. E di risolverli».
- Dopo questa incursione nel passato tornerà al giallo, al noir?
«Si, adesso torno a occuparmi di attualità. La fuga nel passato che è stata anche liberatoria nei confronti del presente è finita. Torniamo a occuparci del presente che è molto problematico».
- Ma perché, secondo lei, negli ultimi anni i romanzi gialli e noir appassionano cosi tanti lettori?
«Credo che alcuni scrittori, non solo in Italia - e penso al giallo scandinavo, agli inglesi - cercano di porsi delle domande imbarazzanti su come funziona la democrazia che molti altri eludono».
- E tornerà a scrivere anche per il cinema?
«Sicuramente. Sono un'appassionato, un malato di cinema».
- Un passione che influenza anche il suo modo di scrivere?
«Dire di si. Per esempio mi piace molto, moltissimo Takeshi Kitano. E il suo 'Brother", per scrivere 'Romanzo criminale", diciamo che l'ho visto molto bene».