Il gioco dei destini incrociati


«Polvere d'oro»: parole che si depositano come una patina lucente sul vuoto dell'esistenza. E' il titolo, «Polvere d'oro», sotto il quale Salvatore Mannuzzu ha raccolto tre suoi radiodrammi inediti («La cometa», «Sabbie nere» e «La mèche bianca»), scritti per Radiotre Rai alla fine degli anni Novanta. Il libro è stato stampato, in un'edizione fuori commercio, dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Sassari per festeggiare, insieme, il quarantennale dell'ex Magistero e gli ottant'anni di Mannuzzu, compiuti lo scorso 7 marzo.
Fedele al suo percorso di narratore, anche in «Polvere d'oro» Mannuzzu scorre le pieghe più quotidiane di una condizione borghese che riassume in sè i paradigmi costitutivi di un'intera civiltà. E lo fa per dare corpo a un'assenza o perdita di senso che condanna all'inautenticità i rapporti interpersonali e, in definitiva, tutto un edificio sociale.
Sono interni di famiglie alto borghesi quelli narrati da Mannuzzu nei tre radiodrammi. E i protagonisti sono quasi tutti oltre la soglia dei cinquant'anni, quando il gioco atroce del vivere non consente più nessuna possibilità di barare, né con se stessi né con gli altri.
Ha cinquantacinque anni Eugenio, il marito di «La cometa», docente universitario di letteratura amatissimo dai suoi alunni, sposato in seconde nozze con Giovanna, che lui tradisce con Nora, sua collega e migliore amica della moglie. La figlia del primo matrimonio, Claudia, distante e ostile, vive a Roma con la madre, Angèle, con la quale ha un rapporto impossibile. Ha sessantasei anni Enrico in «Sabbie nere». Direttore dell'istituto di Anatomia umana di un'università di provincia, separato dalla moglie, fa l'amore sulla sua polverosa scrivania con una studentessa ventenne, Nadia, e cerca di farsi vendere dalla vecchia zia della ragazza un antico e prezioso tappetto filato nei deserti dell'Anatolia da madri e spose come ornamento nuziale. Hanno cinquant'anni Anna e Ettore in «La mèche bianca». Insegnante di liceo la prima e professore all' Orientale di Napoli il secondo, moglie e marito senza figli che vivono alla Maddalena in una villa semi diroccata. Il loro piatto rapporto coniugale è agitato - ma solo appena agitato - dalla misteriosa figura di un ventenne, Massimo, che Anna crede un'anima, «un'anima vera», in pena sulla terra in attesa di «passare» non si sa bene se verso l'inferno o verso il purgatorio.
Sono esistenze in scacco quelle raccontate da Mannuzzu. Tutte le mosse che potevano esser tentate sulla scacchiera delle vite dei personaggi sono state tentate. Altre non sono più possibili. Ciò che rimane è un movimento falso, solo apparente, magari affidato al fugace e illusorio rapporto (forse addirittura puramente fantastico, come in «La mèche bianca») con l'energia di giovani vite imprendibili, alla fine. La partita è chiusa, restano solo le parole con cui sono intessuti i dialoghi tra i personaggi. Parole senza volti e senza corpi, nei radiodrammi o sul foglio di carta, e perciò forse più spietatamente rivelatrici rispetto a quelle dette sul palcoscenico d'un teatro.
Ricordano, questi tre testi di Mannuzzu, il primo Harold Pinter (anche lui non a caso autore di radiodrammi). Il Pinter della «Stanza» (1957), in cui il tessuto realistico dei dialoghi e della narrazione spalanca a poco a poco, battuta dopo battuta, un lucente, quasi psichedelico precipitare verso l'abisso del nulla.
«La polvere d'oro - dice Ettore in «La mèche bianca» - è quella delle ali delle farfalle. Da bambini credevamo che senza non potessero volare. E ancora non sono certo che non sia vero. Insomma la polverina magica che fa la vita». «Poudre d'or» - ci fa sapere Mannuzzu - è anche il titolo di un brano che Erick Satie suonava quand'era pianista di cabaret. Note frivole e distratte come i dialoghi che in ogni luogo, in ogni stanza, mascherano l'inautenticità dei rapporti; parole insopportabilmente inutili, eppure l'unica cosa per cui si può vivere. Ciascuno, infine, salvo e perduto. Come vuole il destino.

Costantino Cossu