Orbace, il tweed sardo che piace ai sarti

L'atelier dell'orbace - unico nel suo genere in Sardegna - è nel rione di 'Tanca Noa" da dove si dominano i tetti di tegole rosse di Samugheo. Da qui vedete la facciata in pietra rossastra della parrocchiale di San Michele e mezzo panorama di un paese che sta investendo più di prima nel decoro urbano. Atelier formato famiglia, al piano terra di una palazzina casa e bottega dove lavorano Mario Garau e la moglie Franca Carta. Atelier e show room. Chi vuol lavorare questo tessuto che più etnico non si può (andava di moda durante il fascismo perché prodotto autarchico, ottenuto dalla lana doc delle pecore sarde doc) deve giocoforza arrivare in quest'angolo di Mandrolisai e rivolgersi a un tessitore che aveva iniziato per hobby a farsi un costume da indossare il di di festa. L'hobby gli ha portato fortuna perché adesso si trova a rifornire i sarti più prestigiosi nell'isola (fra tutti Gianni Mura di Orani) o lo stilista Maurizio Savoldo di Atzara. Pensa all'orbace anche Oddone Mereu, settantenne di Arbus con azienda nella zona industriale di Macchiareddu, al lato delle montagne di sale a Santa Gilla. Cresciuto alla scuola torinese di Peppino Ligas e allievo del sarto di Guspini Eraldo Cadeddu, Mereu è artigiano che conta: rifornisce di abiti firmati nomi prestigiosi quali Loro Piana, Vitale Barberis Canonico, Barbera per tacere degli inglesi Scabol e Gio Genco. Userà l'orbace? 'L'ho usato in passato per alcuni afecionados, era molto difficile da lavorare, ora è migliorato notevolmente, lo riproporremo, Samugheo ha aperto una nuova strada", dice Mereu. Guardano a questo laboratorio nel cuore della Sardegna anche altri sarti soprattutto da quando l'orbace si è reinserito tra i tessuti alla moda e che fanno trend. Ultimo successo il lancio nell'esclusivo hotel di Villa d'Este sulle rive del lago di Como. 'Hanno acquistato decine di metri anche due club piemontesi dell'ex Alleanza nazionale, stavo per darglielo colorato di rosso fuoco, ma poi ho optato per un colore neutro", scherza Garau che gradirebbe un consenso bipartisan anche verso l'orbace. Puntano verso Samugheo anche case sartoriali di successo Oltretirreno e perfino Oltralpe: ultime richieste sono giunte quassù da boutique di Bergamo, Vicenza e Cattolica, da una maison parigina e da due sarti di Londra e Salisburgo. 'Certo, è un prodotto di nicchia, ma si sta diffondendo soprattutto come elemento decorativo in abiti femminili. Sono venuti a trovarci anche alcuni tecnici del Cnr di Roma, hanno acquistato alcuni metri di tessuto grezzo e colorato. Molti sarti attendono la Mostra Mercato che si tiene in paese, nell'edificio delle scuole elementari, tra Ferragosto e il primo settembre. La prossima edizione sarà curata in modo particolare dal Comune perché ormai orbace vuol dire Samugheo cosi come tappeto". L'orbace - si sa - è un tessuto ottenuto dalla tessitura della lana sarda che non ha certo la morbidezza di quella merinos degli ovini australiani. Maurizio Savoldo - che con la mamma Angela Manca crea borse e sciarpe, cuffie e mantelle - dice che 'la lana sarda è quella che garantisce i migliori risultati soprattutto quando si passa alla tintura naturale". Mostra due cataloghi con fiocchi di lana. E, senza voler peccare di autarchia anni Duemila, il campionario di lana sarda dà 'cromatismi più brillanti" perché 'la fibra è resistente, porosa, assorbe meglio il colore e lo riflette con maggiore lucentezza". Un tessuto consistente, che 'ripara dal freddo e dal caldo", adatto soprattutto per confezionare soprabiti e in particolare 'Su Gabbanu", abito delle feste indossato un tempo dai ricchi proprietari e che arrivava fino ai calcagni col cappuccio aperto di dietro.

Un tempo si usava l'orbace nero come cugùddu, cappotto da montagna per i pastori. Oggi quel tipo di abbigliamento è stato rivisitato nelle forme e 'Su Gabbànu" è molto più diffuso, a metà strada fra la giacca attillata, il paletot e il trench. È un pezzo che conferisce eleganza di portamento soprattutto quando è indossato con la camicia bianca a bordo collo, con i due bottoni a filo d'ugola. E qui il maestro indiscusso è Gianni Mura di Orani, 65 anni, 'entrato in sartoria all'età di dieci anni col maestro Maureddu Campus che aveva bottega a Su postu, poi il passaggio dal velluto al tessuto, e ancora a Nuoro da Nando Aru in via Roma. A diciotto anni ho aperto il laboratorio per mio conto prima in via Josto, poi 38 anni in piazza XX Settembre e adesso nel centro storico di Orani". Con Mura senior lavorano i figli Gonario di 27 anni e Giuseppe di 24. Si avvale anche di collaboratrici esterne. E il lavoro? 'Cresce. Prima ci richiedevano soprattutto pastrani lunghi, Sos saccos de su bundu, oggi siamo tornati a Su Gabbanu. Fino all'anno scorso ne preparavamo al massimo cinque all'anno, ora siamo arrivati a venti". Tutto in Barbagia? 'La Sardegna ci ha dato il la. Abbiamo iniziato con la gente di Orani e dei paesi vicini, con gli scrittori Giulio Angioni e Flavio Soriga, Luciano Marrocu e Salvatore Niffoi. Abbiamo servito avvocati di Cagliari e Sassari e hanno fatto il passaparola che è per noi la miglior pubblicità e il marketing più affidabile. E cosi abbiamo conquistato clienti a Lucca e Rimini, un medico di Arezzo ci ha mandato le foto con le sue misure prese da un sarto di fiducia e l'ordine è andato a buon fine, ha richiesto lo stesso soprabito-paletot per la moglie, color melagrana lo ha voluto e color melagrana glielo abbiamo consegnato". I tempi di realizzazione? 'Quando l'artigiano ha una discreta manualità occorrono in media quaranta ore. Se si vuol ottenere un buon pezzo i tempi sono necessariamente lunghi. Su Gabbànu viene foderato in velluto, le asole fatte a mano, gli abbiniamo quasi sempre il cappuccio anche nella forma staccabile, tutto è fatto riservando un'accuratezza massima ai dettagli".

Il mago delle colorazioni dell'orbace, in questa zona del Mandrolisai, è Maurizio Savoldo, il giovane artigiano di Atzara. Che si schiera al fianco dei bravi maestri tintori di Nule e che a dicembre renderà omaggio a Barumini all'estro di un'altra dea della tintura, Veronica Usùla di Villacidro, la giovane mamma che ha rappresentato l'Italia al congresso mondiale dei tintori in India. Maurizio, dopo il diploma di perito industriale, si è laureato in Scienze naturali a Cagliari, tesi (con lode) discussa con Bruno Demartis proprio sulle piante tintorie del Mandrolisai. E allora non c'è da stupirsi se vedete ben accoppiate passione e competenza, se vi spiega che ottiene il giallo senape dalla daphne gnidium, truiscu in molte zone della Sardegna, che il rosso giunge dalle radici della robbia selvatica (orighedda), che vedete il verde quando miscelate giallo con azzurro, daphne più guado 'una pianta crucifera". Il colore più complicato da ottenere? 'Certamente l'indaco, si ricava dall'ossidazione, anticamente veniva usata l'urina, adesso i prodotti sono meno invasivi e più igienici, si usano soprattutto le foglie del guado". E il viola che dà valore aggiunto a queste sciarpe by Savoldo? 'Lo si ricava da un arbusto detto legno di campeggio, è una pianta messicana giunta in Sardegna ai primi del novecento e oggi molto richiesta". E l'orbace? 'Quello che troviamo da Garau a Samugheo è ormai di ottima qualità". Dice Franca Carta: 'La lana di pecora viene lavata, filata, si scelgono le fibre più lunghe, e poi si procede con l'ordito, si colloca su un rullo, lo si fa girare seguendo un metodo ben collaudato e poi dai nostri telai esce il tessuto pronto per ogni uso". Gianni Mura: 'Finora l'orbace era poco conosciuto. Ma è un prodotto eccellente perché è intanto impermeabile, con l'infeltrimento si ottiene il processo di impermeabilizzazione che lo rende resistente anche alla pioggia. Per questo motivo era molto usato dai pastori che si riparavano bene dal gelo della montagna sarda".

All'orbace dedicano anima e corpo Mario Garau e la moglie. Sono un'enciclopedia in questo campo, sanno di Tito Livio che ne parlava nelle sue Storie raggruppate in deche, della 'mastrucca Sardorum" di Cicerone, dell'uso che dei tessuti di lana di pecora hanno sempre fatto i pastori. Una tessitura che fa parte della cultura sarda. Si utilizzavano grossi tronchi concavi di leccio, c'erano le gualchiere composte da mazzuoli di legno fatti girare da ruote idrauliche lungo i corsi dei torrenti, tra Paulilatino e Santulussurgiu se ne può vedere ancora qualcuna in attività a Sos Mòlinos, tanca Passiu-Sanna. Tecnica diffusa a Gavoi, Tiana, Fonni, anche in Ogliastra, anche nel Sulcis. Era stato Max Leopold Wagner a scrivere nelle sue 'Immagini di viaggio dalla Sardegna"che 'il Sulcis è la terra per eccellenza della mastruca, i contadini la portano sia in estate che in inverno e la considerano la migliore difesa contro l'aria malarica". Aveva scritto che 'Santulussurgiu è conosciuto dappertutto grazie alla stoffa di lana tessuta in loco, qui chiamata furese e in altre parti orbace. Di tale stoffe sono fatte le gonne nere del costume femminile mentre negli altri villaggi prevalgono le gonne di colore rosso". Il boom nel periodo fascista ma le tecniche di lavorazione non erano certo quelle molto raffinate che oggi sono patrimonio di diversi artigiani sardi compresa questa coppia felice di tessitori di Tanca Noa a Samugheo. Prima si vendeva in pezzi da 60 centimetri, oggi in doppia altezza. Professione e arte apprese di recente. Il padre di Mario, Giuseppe, un bracciante. In casa il telaio orizzontale era azionato dalla mamma Francesca Sanna. 'Si, ho imparato da lei, ho iniziato diciotto anni fa, per hobby come ho detto, oggi l'orbace mi dà da vivere". Franca, la moglie, lavorava in un panificio. 'Non è stato difficile riciclarmi". E cosi l'orbace di oggi sembra un'altra cosa rispetto alle descrizioni dei classici latini e dei visitatori europei. 'Il nostro orbace è battuto con magli di legno e si ottiene cosi un tessuto leggermente più morbido, ed ecco la corsa al suo riuso. Anche i lanci che ne hanno fatto Antonio Marras e Maria Lai consentono una ripresa delle produzioni. Cosi anche le nostre figlie, Angela che ha sette anni e Giulia cinque, potranno avere una professione sicura".

Si pensa all'orbace anche a Cagliari, nell'azienda artigianal-industriale di Oddone Mereu. Che ha affidato la gestione dell'attività al figlio Walter, la società si chiama Meco, che è la traduzione del latino mecum, con me, 'ti vesti con l'abito mio, con me, meco appunto". Bottega che lavora bene dal 1996, 25 dipendenti, 'la base dei nostri abiti è sartoriale, un abito industriale viene infustato in tre ore, qui è intelato a mano e di ore ne occorrono 25 solo per una giacca". Riuserà l'orbace? 'Va reso malleabile, non dico morbido come la lana ma vicino al tweed inglese. Se sarà più duttile siamo prontissimi. Gli intenditori non mancano". Da Samugheo arriva il via libera: un uso migliore della lana di pecora, 'quella - ripete Garau - con le parti più grosse, usiamo is puntas, la lana del mantello mai quella del ventre. Con qualche accorgimento in più l'orbace sta debuttando nell'alta moda, ma è soprattutto utilizzato in Sardegna. Qualcuno ci chiede di ammorbidire l'orbace con la lana d'agnello. Ma è davvero l'eccezione. Il nostro orbace è moderno, tecnologico. Ma resta sicut erat. Tessuto etnico made in Sardinia con lana di pecora".