L'agguato, gli spari e i morti


SASSARI.Un pomeriggio afoso. La piana di Chilivani ribolliva sotto i raggi del sole del giorno dopo Ferragosto del 1995. Cinque rapinatori erano appostati lungo la strada «Sassari-Olbia», all'altezza del bivio per Pede 'e Semene, poco dopo il bivio di Mesu 'e rios. Un altro a bordo di una betoniera. Banditi armati fino ai denti, con armi sofisticate. Kalashnikov. Erano nascosti dietro i muretti a secco e gli alberi intorno alla piazzola in cui il complice aveva parcheggiato la betoniera, rubata all'alba in un cantiere alla periferia di Arzachena, simulando un guasto.
Sei rapinatori in attesa di due furgoni blindati carichi di soldi (alcune centinaia di milioni di lire) ritirati in Costa Smeralda. Soldi lasciati dai turisti durante le festività di Ferragosto. Soldi puliti e facili.
Sarebbe dovuto essere soltanto un assalto spettacolare, si era trasformato in un massacro. Due carabinieri e un bandito erano rimasti sul terreno. Morti. Crivellati dalle pallottole. Gli altri rapinatori erano scappati. Senza il bottino. Perchè i blindati carichi di soldi erano arrivati quando ormai la tragedia si era consumata.
I carabinieri Ciriaco Carru e Walter Frau erano stati investiti da una tempesta di proiettili. Avevano provato a reagire, avevano risposto al fuoco sparando ed erano caduti da eroi, mentre facevano il loro dovere. Poco distanti dai loro corpi, il cadavere di Antonio Salvatore Giua, accanto alla betoniera che aveva guidato da Arzachena fino al luogo scelto per l'assalto-fallito al blindato.
La banda aveva studiato tutto nei minimi dettagli, sottovalutando un particolare non certo trascurabile a quell'ora (intorno alle 15) e su quella strada tanto trafficata: il passaggio di una pattuglia dei carabinieri.
Erano già tutti ai loro posti di combattimento, i cinque rapinatori, quando era arrivata la «gazzella». Ed era scoppiato l'inferno. L'appuntato Ciriaco Carru (32 anni, di Chiaramonti) e il carabiniere Walter Frau (25 anni, di Porto Torres) erano stati inviati a Pede 'e Semene proprio per controllare quella betoniera stranamente parcheggiata sul lato della strada. Il cui conducente, alla vista dei carabinieri, aveva appena fatto in tempo a buttare sotto il sedile il fucile a canne mozze e il passamontagna e stava tentando di allontanarsi a piedi quando era stato bloccato dai due carabinieri. Che non potevano immaginare di essere inquadrati nei mirini dei kalashnikov, impugnati da un manipolo di pazzi sanguinari pronti a tutto pur di raggiungere il loro obiettivo: i soldi.
Ciriaco Carru e Walter Frau avevano controllato l'abitacolo della betoniera scoprendo il fucile, la maschera e una radiotrasmittente accesa e avevano capito. Mentre uno dei due stava ammanettando il conducente del camion (Antonio Salvatore Giua di Arzachena), l'altro carabiniere era ritornato nella «gazzella» con l'intenzione di comunicare quel che stava succedendo.
Ma un attimo prima di dare l'allarme, i due militari erano stati investiti da una tempesta di piombo. Migliaia di pallottole, da tutte le direzioni. Ciriaco Carru e Walter Frau avevano reagito, rispondendo al fuoco e ferendo anche due banditi: Graziano Palmas di Chilivani e Andrea Gusinu di Padru. Mella furibonda sparatoria era stato colpito a morte anche Antonio Salvatore Giua.
Il conflitto a fuoco era durato a lungo, forse qualche minuto. Il primo a cadere sotto i colpi dei rapinatori-assassini era stato l'appuntato Ciriaco Carru. Raggiunto da numerosi proiettili al torace, alla testa, alle gambe. Il carabiniere Walter Frau era invece stato giustiziato quando era già a terra, semistordito da un proiettile che gli aveva sfiorato la testa. E con la pistola ormai scarica. Uno spietato colpo di kalashnikov, sparato dall'alto verso il basso, l'aveva ucciso.
Dopo il massacro, i banditi erano scappati lasciando sull'asfalto tre cadaveri e migliaia di bossoli sparati dai loro mitragliatori.
La fuga era stata breve. Poche ore dopo, alla periferia di Padru, il camioncino di Andrea Gusinu (oggi ha 50 anni, di Padru), che per tutto il pomeriggio aveva arrancato lungo le stradine del Goceano e della Gallura per evitare di essere individuato, si era fermato poco prima di un posto di blocco dei carabinieri. Con i fari accesi. Uno sparo aveva violato il silenzio di quella notte d'agosto carica di tensione, dolore e rabbia. I militari si erano avvicinati con cautela e avevano trovato Andrea Gusinu moribondo, ferito da almeno due proiettili che l'avevano raggiunto all'addome e al bacino. Graziano Palmas (38 anni, titolare di un bar a San Teodoro) era morto. Suicida. Con un colpo di pistola alla testa.
Qualche settimana dopo, anche gli altri componenti della banda di assassini erano stati arrestati: Salvatore Sechi, l'autista della banda (40 anni di Olbia) e l'allora fidanzata Milena Ladu (32 anni) all'epoca proprietaria di un negozio di fiori a Olbia), Sebastiano Prino (42 anni di Nuoro) Sebastiano Demontis (50 anni di Buddusò) e Cosimo Cocco (50 anni di Bonarcado), cognato di Palmas, il primo a crollare e a raccontare quel pomeriggio di follia. Gusinu, Sechi, Prino e Demontis sono stati condannati all'ergastolo, Milena Ladu a 25 anni e Cocco a 20 anni.

Pier Luigi Piredda