Lussu, una questione di carattere


Tornate con la mente al primo giorno di scuola, e pensate alle sensazioni che provocarono in voi le lettere dell'alfabeto appese alle pareti, lasciando da parte l'illustrazione alla quale erano associate (albero, bambino, cane, etc). Pensatele come pure immagini. Ci si può innamorare di una lettera e non capire il perché: la A per la solennità, la M per la sensualità, la O per la semplice perfezione; o anche odiarla: c'è chi non sopporta la Q oppure rabbrividisce di fronte a una V. E non ne saprà mai il motivo.
La scrittura è immagine, dice Giovanni Lussu, uno dei maggiori grafici italiani, che allo studio di questi problemi si dedica da decenni. Il perché di tanto interesse lo spiega con una definizione del semiologo inglese Roy Harris: «La scrittura è la manifestazione simbolica primaria, insita nella configurazione biomeccanica dell'homo sapiens. Il tracciare segni significanti è un'attività primigenia della nostra specie. La scrittura, in conclusione, non è nata a posteriori, con lo scopo di dare forma grafica alla lingua parlata, ma si è sviluppata parallelamente a questa».
Giovanni Lussu, unico figlio di Emilio e Joyce Lussu, è un signore di 62 anni che ha dedicato la vita allo studio della scrittura (delle scritture di tutto il mondo) e alla grafica. Ha cominciato da ragazzo a Urbino, frequentando il corso diretto da Albe Steiner, il padre della moderna grafica italiana. Ha insegnato nelle più prestigiose sedi italiane: l'Isia di Roma, poi l'università La Sapienza, il Politecnico di Milano e quello di Bari. È docente al master in editoria multimediale diretto da Umberto Eco a Bologna. È un'autorità anche all'estero: tra i vari titoli, quello di fellow della International Society of Typographic Designers. Dirige per l'editore Stampa Alternativa la collana Scritture, ed è autore di un libro che nel settore della grafica può essere considerato, con le ventimila copie vendute e le numerose ristampe, un best seller: Farsi un libro. Il suo studio si chiama Jumblies, in omaggio allo scrittore inglese Edward Lear, maestro del nonsense. Opera in più campi, in special modo nell'editoria. Non paia un'esagerazione, ma è molto probabile che un libro curato da Lussu per la progettazione della copertina e dell'allestimento tipografico sia passato almeno una volta per le vostre mani: come i famosi libri dell'Unità, pietra miliare in Italia nell'abbinamento tra letteratura e quotidiani, uno straordinario successo editoriale con trenta milioni di copie vendute nell'arco di dieci anni, dal 1986 al 1997.
Tornando al rapporto tra scrittura e immagine, Lussu pensa che andrebbe stimolato sin dalle scuole elementari, insegnando ai bambini a organizzare le lettere su un testo, e non solo a metterle l'una accanto all'altra. Facendo crescere insomma la consapevolezza del fatto visivo. Un'esigenza resa impellente dalle modificazioni che sta provocando l'uso massiccio del computer. «Il Pc sta cambiando il nostro modo di scrivere - dice Lussu - ma non sono catastrofista, al contrario. Credo piuttosto che l'uso del computer non abbia ancora prodotto una serie di effetti che invece sarebbero auspicabili. La maggioranza degli utilizzatori si limita alle prime opzioni offerte da un programma come Word, senza entrare nelle possibilità che offre».
Oggi i programmi di scrittura consentono ai profani di conoscere tantissimi caratteri e di avere accesso a un campo che prima era appannaggio dei tipografi. «Ma sino a pochi anni fa i caratteri che si trovavano già installati nel sistema operativo erano mediocri, insomma erano brutti caratteri tipografici. E non dipendeva dalla semplicità della macchina, ma dal fatto che le case produttrici risparmiavano sui diritti d'autore che avrebbero dovuto pagare per caratteri più sofisticati». Sul rapporto tra scrittura e computer Lussu ha scritto un libro, La lettera uccide. È tutt'altro che un testo apocalittico, guarda piuttosto alle enormi possibilità che l'informatica moderna può offrire a una pratica che data qualche millennio. «Per anni, rifacendosi alle teorie di Marshall McLuhan, si è ipotizzata la morte di Gutenberg, dell'era della stampa, nel senso che si credeva che l'informatica avrebbe ucciso il libro. Invece è accaduto esattamente il contrario: non c'è mai stata tanta tipografia come adesso. Un piccolo esempio è che ciascuno di noi può creare dei caratteri tipografici in poche ore con il Pc di casa, mentre una volta ciò prevedeva una tecnologia costosa e macchinari complessi. In realtà viviamo in un'epoca ipertipografica, c'è molta più carta stampata oggi di quanta ce ne sia mai stata. E pochissimi leggono i giornali o i libri al computer».
Giovanni Lussu non crede che il passaggio da una tecnologia all'altra determini una rivoluzione tale da soppiantare interamente le conoscenze precedenti. «Credo che il computer rappresenti una normale evoluzione della scrittura, cosi come si è passati dalla pergamena alla carta - dice - Penso invece che sia ancora rudimentale, che siamo ancora alla preistoria della tecnologia informatica. Per ragioni di mercato, ma non solo, utilizziamo hardware e software frutto di ricerche fatte decenni fa. Guardi la tastiera: è un dispositivo assolutamente arcaico. Quella che usiamo è la stessa delle prime macchine da scrivere della metà dell'Ottocento. Per esempio, la cosiddetta chiocciola, il segno che in inglese si legge at, deriva da un'abbreviazione usuale nella corrispondenza commerciale inglese nell'Ottocento ed era presente, come at, nelle prime macchine da scrivere al pari della & commerciale, che a sua volta deriva dall'et latino. Scomparsa dalle tastiere ai primi del '900, è ricomparsa con i computer. Il simbolo @, poi, ha addirittura origini medievali».
C'è chi sostiene che si rischia di andare verso un mondo senza libri. E dunque senza memoria. È l'accusa che è stata mossa a Google quando ha cominciato la digitalizzazione del sapere umano attraverso la biblioteca virtuale che ha l'obiettivo di rendere disponibili su internet tutti i libri scritti sinora. I creativi del colosso informatico californiano replicano citando Platone, che metteva in guardia sull'insegnamento della scrittura perché a suo avviso avrebbe provocato la morte della cultura orale e dunque della memoria. Oggi sappiamo che non è accaduto, cosi come sappiamo che la rivoluzione gutenberghiana e quella diciamo cosi televisiva descritta negli anni Sessanta da McLuhan hanno si cambiato il nostro modo di comunicare, ma non hanno fatto tabula rasa della cultura del passato. Hanno, al contrario, consentito di conoscerla e approfondirla. «Trovo bellissima l'iniziativa di Google - dice Lussu - che del resto uno dei padri fondatori della grafica moderna, il costruttivista russo El Lissitzky, nel 1923 aveva anticipato in modo impressionante, quasi profetico, nel suo Topografia della tipografia coniando l'espressione elettrobiblioteca. Le perplessità sull'operazione di Google riguardano piuttosto il fatto di tradurre tutto il patrimonio librario in forma di stringhe, perché ci sono testi in cui l'organizzazione della pagina è imprendiscibile. Per esempio, se si perde la componente visiva in un testo come il romanzo Tristam Shandy di Laurence Sterne, stampato nel Settecento con tecniche d'avanguardia, inserendo pagine nere o marmorizzate, caratteri gotici, particolari capoversi, viene meno la particolarità del libro. Lo stesso accadrebbe con il famoso poema di Mallarmé Un colpo di dadi non abolirà mai il caso, primo esplicito esempio di poesia visiva, o con i Calligrammi di Apollinaire». Nell'analisi dell'evoluzione della scrittura, infine, Lussu difende gli Sms. «Anche li - sostiene - si può vedere qualcosa di positivo. È la rivalutazione della scrittura come fatto grafico: cos'altro sono le abbreviazioni e i simboli che i ragazzi usano per comunicare con i telefonini?».

Paolo Merlini