Il mistero della Semillante


Il forte maestrale di marzo spazza le Bocche di Bonifacio, onde alte occupano l'orizzonte e l'isola di Lavezzi, deserta e selvaggia, appare a tratti a chi si trovi a navigare in questo mare. Soltanto una fine e slanciata piramide, dalla punta dell'Acciarino, riesce a incunearsi solitaria tra la schiuma salata: è li per tenere viva la memoria della triste storia della nave Semillante e di una antica e tremenda tempesta, come mai se n'erano viste. Le cronache dell'epoca dicono che il 15 marzo di centocinquant'anni fa Eolo e Poseidone si erano dati appuntamento nelle Bocche, decisi a destare meraviglia anche in una zona famosa per burrasche di ogni tipo e forza. Il ricordo di quella furia di vento e di mare - pare che gli spruzzi delle onde superassero anche le falesie di Bonifacio - era ancora fresco quando Alphonse Daudet, che nel 1865 faceva la spola tra la Corsica e la Sardegna, sbarcò a Lavezzi per ripararsi dal mistral. Fu cosi che venne a sapere della nave militare francese e della fine di tutti i suoi 695 uomini, scaraventati dal mare contro la scogliera. Una storia toccante, che in seguito ispirò allo scrittore uno dei racconti delle Lettere dal mio mulino. Quel naufragio, del quale ricorre il centocinquantesimo anniversario, fu uno dei più grandi mai avvenuti nel Mediterraneo.
La Semillante - una fregata di prima classe con 56 cannoni, lunga 54 metri e larga 14 - era partita dal porto di Tolone la mattina del 14 febbraio 1855, mentre soffiava una forte brezza da Ovest-Sud Ovest, diretta a Costantinopoli. Doveva portare truppe fresche e rifornimenti per la guerra di Crimea, nella quale era impegnata anche la Francia. A bordo erano stati imbarcati 375 fanti dell'armata di terra, 18 artiglieri, 292 marinai di equipaggio e dieci ufficiali dello stato maggiore. In totale 695 uomini. Il comandante era il capitano di fregata Gabriel August Jugan, di 48 anni, con alle spalle trent'anni di navigazione, due dei quali trascorsi proprio tra la Corsica e la Sardegna al comando della goletta L'Etoile. Il secondo ufficiale era il tenente di vascello Jean Joseph Bernard, che due mesi prima aveva riportato lo stesso bastimento da Costantinopoli, dopo che il precedente comandante era morto di colera. Per il viaggio da Tolone sino al mar Egeo il capitano Jugan aveva scelto una rotta, ormai consolidata, che prevedeva il passaggio a Sud della Sardegna e poi nei canali di Tunisia e Malta, in direzione di Capo Matapan. Ma quella che alla partenza era una forte brezza da Ovest-Sud-Ovest ben presto si trasformò in una tempesta, con venti sempre più violenti. Il 15 febbraio le raffiche e le onde avevano raggiunto una forza tale da convincere il capitano Jugan a infilarsi nelle Bocche di Bonifacio, in modo da non prendere il mare di fianco e poter poi navigare al riparo della costa Est della Sardegna.
Cosa possa essere successo da quel momento in poi, proprio mentre il nubifragio raggiungeva dimensioni inverosimili, può essere ricostruito solamente attraverso alcune testimonianze e deduzioni. I racconti di allora degli abitanti di Bonifacio e della costa Nord della Sardegna parlano di un vero e proprio uragano, di potenza mai vista, che aveva imperversato ininterrottamente dalle cinque del mattino sino alla mezzanotte. È probabile che agli eventi atmosferici si sia aggiunta anche un'avaria al timone, che aveva reso il bastimento praticamente ingovernabile. Ma anche in condizioni di massima efficienza la situazione sarebbe stata ugualmente disperata. «Il mare era talmente scatenato e le onde cosi alte - racconta il comandante Bourbeau, che in seguito stilò il rapporto sul naufragio - che non esisteva al mondo alcuna fregata capace di compiere la traversata delle Bocche con simili condizioni».
La Semillante venne avvistata intorno alle undici del mattino del 15 febbraio dal farista di Capo Testa, il quale raccontò di aver visto una fregata provenire da Nord-Ovest. La sua manovra, non comprensibile, gli aveva fatto supporre che avesse un'avaria alla timoneria. Il guardiano del faro precisò che la nave si dirigeva verso la spiaggia di Rena Maiore, vicino a Capo Testa, e che sembrava doversi spezzare da un momento all'altro. Ma poi venne issata la vela di trinchetto e il bastimento cambiò rotta, sparendo ben presto alla vista nella bruma delle Bocche. Forse il comandante, ormai senza timone, aveva cercato di 'spiaggiarsi" a Rena Maiore, manovrando col solo ausilio della vela, senza però riuscire a governare la nave. In balia delle onde e del vento, in meno di un'ora la Semillante venne trascinata vicino all'isola di Lavezzi, proprio mentre a Bonifacio i fedeli partecipavano a una particolare cerimonia religiosa che si celebrava soltanto in occasione di grandi tempeste. E quella lo era come non mai. Dalla piazza della Manichella, nella cittadella, mentre il sacerdote officiava, qualcuno scorse per pochi secondi un grande veliero che avanzava senza alcuna regola, per poi sparire nel marasma degli spruzzi d'acqua, talmente fitti e alti che formavano una sorta di nebbia.
Erano gli ultimi momenti della Semillante, che poco dopo si sfracellò contro la punta dell'Acciarino, a Ovest di Lavezzi. Cosi Alphonse Daudet descrive gli ultimi istanti a bordo della fregata. «È finita, non c'è più speranza, si va dritti sulla costa... Il capitano scende nella propria cabina... Dopo un momento viene a riprendere il suo posto sul cassero, in alta tenuta... Ha voluto farsi bello per morire. Nel corridoio i soldati guardano ansiosi, senza dir nulla... È allora che la porta si apre e il cappellano appare sulla soglia con la sua stola: in ginocchio, figli miei». A suggerire allo scrittore questo quadro era stato un particolare: il capitano Gabriel Auguste Jugan e il sacerdote Joseph Carrieres erano stati gli unici ad essere riconosciuti, il primo proprio per via dell'alta uniforme, il secondo per la stola.
Testimone indiretto del naufragio era stato il pastore Antonio Maria Limieri, unico abitante dell'isola, che si era rintanato nella sua bergerie per ripararsi dalla furia del vento e delle onde. Riferi di aver udito, intorno a mezzogiorno, un pauroso schianto sulle rocce. Essendo tutta l'isola coperta d'acqua, era potuto uscire soltanto il giorno dopo: di fronte a sé solo cataste di rottami e cadaveri sparpagliati dappertutto. Riusci a dare l'allarme, ma i primi soccorritori, guidati dal sindaco di Bonifacio François Piras, arrivarono solamente il 17 febbraio. Intorno a loro soltanto alberi di nave troncati, cordame, pezzi di murate sparsi per centinaia di metri e altri incastrati negli anfratti di roccia sottocosta. Nessuno dei 695 uomini che si trovavano a bordo della nave era riuscito a sopravvivere. Non restava che intraprendere una difficile opera di ricerca dei cadaveri e di alcune parti della fregata. Al tenente di vascello Borbeau fu affidata l'inchiesta amministrativa, mentre all'impresa italiana Besso venne dato l'incarico di recuperare i cannoni, le armi, le munizioni e quant'altro fosse stato trovato non frantumato. Ai drappelli di militari giunti dalla Corsica il triste compito di recuperare i corpi dei marinai e dei soldati. Un lavoro che col passare dei giorni, per via dell'avanzare della decomposizione dei cadaveri, diventava sempre più ingrato. Per questioni igieniche, e la difficoltà di trasportare tra le rocce per lunghe distanze i corpi martoriati, si decise di costruire due cimiteri: uno nella cala del Furcone a Est dell'isola, e l'altra in quella dell'Acciarino, a Ovest. Il corpo del capitano Jugan, l'unico insieme al cappellano ad avere il nome sulla tomba, venne trovato soltanto il cinque marzo, a circa un chilometro dal luogo del maufragio, e identificato per via delle insegne che ancora portava sul cappotto militare. Dei 695 uomini che erano a bordo della Semillante ne vennero trovati 592: 103 erano scomparsi tra i marosi, inghiottiti per sempre dalle Bocche. Dei 592 corpi recuperati 560 vennero sepolti nei due cimiteri di Lavezzi, mentre gli altri 32 furono sotterrati vicino agli scogli dove erano stati portati dal mare: a Cavallo, Razzoli, La Maddalena, nel Sud della Corsica e nel Nord Sardegna.
Nelle tombe del Furcone e dell'Acciarino furono piantate delle croci nere, ricavate dal legname della fregata. Le armi e i cannoni recuperati vennero mandati in Francia, mentre il fasciame frantumato fu bruciato sul posto. Una consistente parte del legname della gloriosa Semillante venne invece meno gloriosamente utilizzato per la costruzione della strada Bonifacio-Bastia.
Dopo centocinquant'anni i due cimiteri sono ancora intatti, quasi niente è cambiato dal giorno in cui Alphonse Daudet approdò nell'isola. Anziché dalle croci nere le tombe ora sono segnate da cippi di granito, ma forse i morti sono meno soli. Almeno d'estate, quando gli yacht approdano nelle splendide cale di acqua verde e turchina di Lavezzi, ancora integra. Lo sguardo non può non cadere sulla piramide dell'Acciarino e sui due camposanti. Cosi c'è sempre qualcuno che racconta la storia di quel grande veliero affondato, facendo uscire ogni tanto i naufraghi della Semillante dall'oblio eterno nel quale sarebbero precipitati se, anziché nelle Bocche, fossero morti nella guerra di Crimea.

Agostino Murgia