Le radici morali della libertà


«Un italiano anomalo e serio» è Franco Antonicelli per Corrado Stajano, mentre Italo Calvino ricorda nel 1977, «accanto alla figura cosi rigorosa, risentita, fiera, soprattutto la sua leggerezza, il suo garbo, il suo humour». Entrambi questi aspetti, la serietà e la leggerezza, sono presenti in «Festa grande di aprile», uno dei primi esempi in Italia di teatro-documento.
Erwin Piscator, nominato nel 1962 direttore della Volksbühne di Berlino Ovest, disegnò un cartellone che tra il 1963 e il 1965 portò in scena «L'istruttoria» di Peter Weiss, «Il Vicario» di Rolf Hocchuth, e «Sul caso di Julius Robert Oppenheimer» di Heinar Kippardt: come dire, per i tedeschi un modo lucido e alto di fare i conti a teatro con la Storia, con se stessi, con il proprio passato e con i temi del presente.
In Italia quel genere, definito anche «teatro-inchiesta» o «documentario sceneggiato» non si era ancora affermato, come invece avvenne per un decennio dalla seconda metà degli anni '60, e come avviene ancora con il teatro oggi detto «di narrazione» o «civico». Il Piccolo di Milano allesti l'«Oppenheimer» in quella stessa stagione 1964-65, mentre venivano rappresentate due opere originali che ripercorrevano la storia italiana recente. Nel febbraio 1965 il «Processo di Savona», messo in scena per lo Stabile di Genova da Paolo Giuranna su un testo di Vico Faggi che ripercorreva la vicenda giudiziaria relativa alla fuga di Turati del dicembre 1926 organizzata da Carlo Rosselli, Ferruccio Parri, Sandro Pertini e Adriano Olivetti. Poco prima era stato allestito dallo Stabile di Bologna appunto «Festa grande di aprile».
«Non sono scrittore di teatro e non ho teorie al riguardo, né da applicare, né da discutere. Perciò nemmeno mi chiedo se 'Festa grande" sia 'teatrale", e se si tratti, in questo caso, di teatro didascalico o di che altra specie. Forse è, bene o male, soltanto da leggere, o da recitare in forma di oratorio. Mi son figurato un pubblico popolare, cioè un pubblico al quale le cose che rievoco stanno a cuore, e anzi gli piace vederle e sentirle proprio perché le conosce. Se poi le conoscerà per la prima volta, ebbene, anche questo avrà il suo vantaggio». Cosi Antonicelli introduceva la prima - e unica - edizione Einaudi del 1964 del testo, che Maurizio Scaparro, al suo esordio, mise in scena il 17 dicembre di quell'anno al teatro della Pergola di Firenze. L'accoglienza della critica fu tiepida, ma nessuno comunque valutò negativamente la prova dell'autore, del regista e del cast, che comprendeva, tra gli altri, Carlo Hintermann, Franca Lamantini, Andrea Matteuzzi, Mimmo Craig, Tina Lattanti, Luigi Montini, Angela Cardile, Silverio Pisu. Scene e costumi erano di Roberto Francia e le musiche di Sergio Liberovici, il quale aveva musicato nel brano eponimo il testo che Antonicelli aveva tratto da stornelli mandati in onda dall'emittente partigiana del biellese Radio Libertà (della canzone esiste ora una trascinante versione degli «Yo Yo Mundi» nel disco «La Banda Tom e altre storie partigiane»).
È vero, Antonicelli non era uno scrittore di teatro. Non era molte altre cose, nel senso che la generosità a lui propria lo portò a cimentarsi in diversi campi della produzione intellettuale senza che le passioni cristallizzassero mai in un mestiere esclusivo. Il rispetto per l'uomo, per il capo della Resistenza, per il politico, per l'operatore culturale, per il letterato, per il senatore, è andato sempre di pari passo a una certa aria di sufficienza nei suoi confronti, e che Massimo Mila contestava nel 1988: «L'opera di Antonicelli risulterà immensa, a marcio dispetto del luogo comune per cui gli si dava sempre dell'inconcludente. Si diceva «si, si, tanto bravo, tanto intelligente, ma non conclude». Si voleva dire che non produceva 'il libro", il librone, quello con cui si vince la cattedra universitaria e poi non si fa più niente per tutto il resto della vita».
Inconcludente e inattuale, come anche si è sentito dire nell'affettuoso convegno a lui dedicato dall'Università di Pavia in occasione del centenario della nascita, nel novembre 2002. Un'inattualità che però non va riferita all'oggi, agli anni che ci separano dalla sua epoca, ma è il carattere costante di tutta una vita, di tutte le sue scelte «contro».
Proprio nel periodo immediatamente precedente e durante la stesura di «Festa grande» Antonicelli visse, sulla soglia dei sessant'anni, una delle stagioni più importanti. Per dirla con Corrado Stajano, che curò trent'anni fa un bel ritratto dell'uomo nel volume einaudiano «La pratica della libertà», erano stati per Antonicelli anni «ricchi di passione politica e morale».
Nell'aprile del 1960, contemporaneamente alla fiducia che la Camera votava al governo Tambroni con l'appoggio determinante di missini e monarchici, si iniziava a Torino il ciclo di lezioni sui «Trent'anni di storia italiana, 1915-1945», ciclo voluto e curato da Antonicelli e che andò avanti fino a metà giugno coinvolgendo migliaia di cittadini in un appassionante racconto di quei decenni tenuto da storici e testimoni come Alatri, Basso, Bobbio, Venturi, Terracini, Pertini, Togliatti, Lombardi, Lussu.
Intanto il Msi, forte dell'appoggio al governo, organizzò per la fine di giugno il proprio congresso nazionale provocatoriamente a Genova, città medaglia d'oro della Resistenza. Le organizzazioni dei lavoratori e le forze antifasciste reagirono con dimostrazioni che portarono, il 30 giugno, a violenti scontri. Antonicelli, chiamato dall'Anpi di Genova, mobilitò i partigiani piemontesi e si precipitò nel capoluogo ligure. Nella testimonianza riportata da Stajano si coglie l'orgoglio di un ruolo e di una militanza rinnovati: «Erano le quattro di notte, partii in una macchina con il gonfalone di Torino e una colonna di autocarri pieni di partigiani. 'Vengo con le forze del Piemonte", dissi, e poi obbligai Cuneo e le altre città a portare il gonfalone, e telefonai a Parri: 'Senti, Parri, tu devi andare a Genova e dire, l'Italia morale è qui"». E andò a Genova, e fu una grande vittoria. Era cominciata la nuova Resistenza».
Le manifestazioni si allargarono da Genova al resto del Paese, ci furono una decina di vittime tra le quali i cinque «morti di Reggio Emilia»: e forse nulla come l'omonima canzone di Fausto Amodei («Il solo vero amico che abbiamo al fianco adesso / è sempre quello stesso che fu con noi in montagna. / Ed il nemico attuale è sempre ancora eguale / a quel che combattemmo sui nostri monti e in Spagna») riesce a dare il senso preciso del «ponte» che quei fatti lanciarono fra due generazioni, i giovani scesi in piazza e i combattenti partigiani di vent'anni prima. Né al proposito Antonicelli avrebbe potuto esser più chiaro quando nella introduzione al volume Einaudi sui «Trent'anni di storia italiana» chiariva il senso di fare storia dell'antifascismo come «storia di una lotta per insegnare una lotta, storia di una resistenza per insegnare la resistenza».
A fine luglio, dopo le dimissioni di Tambroni e la formazione del governo Fanfani di «restaurazione democratica», Antonicelli tenne a Bologna un discorso nel quale esaltò le recenti giornate genovesi. Venne denunciato per apologia di reato e il 14 aprile 1964, appunto l'anno di «Festa grande», venne condannato perciò a otto mesi con la condizionale e attenuanti «per i suoi buoni precedenti», sentenza poi riformata nel '65 dalla corte d'Appello che lo assolse per insufficienza di prove. I due momenti del 1960, il ciclo sui trent'anni di storia e i fatti di Genova, vanno tenuti ben presenti nella lettura o nella visione di «Festa grande», una sorta di lungo flashback della storia italiana dall'assassinio di Matteotti al 25 aprile ‘45 evocato dall'anonimo"oratore" (alter ego di Antonicelli) di un congresso che si svolge vent'anni dopo la Resistenza.
In fondo i quadri nei quali è articolato il testo non sono altro che la trasposizione scenica delle lezioni torinesi, con pressoché identica scansione cronologica. E l'espediente drammaturgico dell'Oratore che si rivolge agli «amici, vecchi compagni, cittadini» e fa da filo conduttore di quella cronologia, rivela una attenzione al presente e una urgenza che illumina anche quella inattualità cui si accennava, con diversi momenti riferiti alla contemporaneità dei primi anni ‘60.
In uno di questi momenti, una scena ambientata nell'aprile 1945, alla vigilia dell'insurrezione, un piccolo industriale porta al comando partigiano l'offerta tedesca del ritiro in cambio di denaro e dell'assicurazione di non essere attaccati. Il comandante partigiano rifiuta, e commenterà poi con i suoi la «razza» cui appartiene l'industrialotto: «Sono ancora forti. Peseranno ancora a lungo. Ci vorrà un'altra lotta e in condizioni ancora più difficili. Ma ditemi voi, che Italia volete che sognino, quella gente? È questo il problema: aver a che fare domani con l'Italia che vogliono loro».
Un altro momento è rappresentato dal brano del discorso dell'Oratore nel quale vengono rievocati i giorni immediatamente seguenti la fine della guerra: «I superstiti ritornano dai campi della strage, e in mezzo alle case crollate ritrovano la loro patria. Perché, che cosa è veramente una patria? Tutto ciò che non è diviso, e non ci divide». Una frase simile a quelle dette nei mille comizi, nei mille discorsi per i quali Antonicelli veniva chiamato da ogni dove («Parli come un bulino: incidi!» gli aveva detto una volta Togliatti).
Questo, anche questo, era l'inattuale Antonicelli, e in questo senso si vuol dire del suo esserlo stato per tutta la vita: come quando per primo decise di editare «Se questo è un uomo» di Primo Levi, che però nel 1947 parlava a un'Italia che non voleva ascoltare, tutta presa da pacificazioni, perdoni, amnistie e mancate epurazioni (e che «scopri» Levi e la Shoah almeno dieci anni dopo). Inattuale, si parva licet, era stato ancor prima, nel 1932, quando con Cesare Pavese aveva curato per Frassinelli i primi due volumi delle «Avventure di Topolino», intuendo ancora in anticipo sui tempi il potenziale di quello che sarebbe diventato il topo più famoso del mondo.
E inattuale, in senso nobile e «resistente», è «Festa grande», istantanea su come quella stessa minoranza che aveva resistito al fascismo e fondato la repubblica cercava ancora, vent'anni dopo, di diffondere e radicare quei valori alla radice del patto costituzionale, con la consapevolezza dei rischi del reducismo e della difficile impresa di dover parlare a una nuova generazione che il fascismo e la guerra non aveva conosciuto.
Problemi ancora tutti nell'orizzonte di chi in quella Carta ancora oggi vede e vuole il senso della convivenza civile in questo Paese.

Sante Maurizi